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Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
![]() PINO SCACCIA Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. pinoscaccia@gmail.com |
Solite notizie tristi dall’Iraq: stamattina e’ terribile, avrebbero sgozzato due marines al semaforo, siamo in piena giungla ormai. Mi scrive la mia amica archeologa da Baghdad: “E’ un vero dramma, anche a livello logistico dopo i missili contro l’albergo”. Penso al mio ritorno e non e’ un bel pensiero.
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Brutto risveglio. Arriva il messaggio: colpiti a Baghdad gli hotel Sheraton e Palestine. E' come se mi avessero colpito casa. Penso agli amici. Li hanno evacuati. E adesso allora dove si va? E' rimasto un piccolo posto tranquillo? Pioggia di razzi, all'alba, su due alberghi di Bagdad che ospitano giornalisti e imprenditori stranieri e sul ministero del Petrolio. Gli ospiti sono stati portati via dagli hotel Palestine, dove da fin dall'inizio della guerra fanno base la maggior parte dei giornalisti stranieri, e dallo Sheraton, entrambi edifici ben sorvegliati che sorgono su una sponda del Tigri. I lanciarazzi erano nascosti in due carretti e collegati a congegni a orologeria. Il Palestine è stato colpito all'altezza dell'ottavo, del dodicesimo, del quindicesimo e del sedicesimo piano. Quell'enclave al centro di Baghdad che ospita Sheraton e Palestine e' sempre stata molto protetta. Almeno sei carri armati, numerosi blindati, un sacco di marines. Una sicurezza spropositata che metteva in crisi noi stessi ospiti degli alberghi, sottoposti a controlli rigorosi. Eppure non ci siamo mai sentiti al sicuro. Da piazza della Liberta' (quella dove e' stata abbattuta la statua di Saddam) piu' volte da auto in corsa erano state scaricate granate. E poi la sera, quando ci affacciavamo alle finestre, ci mettevano paura quei palazzi li' di fronte, mai controllati. Pensavamo: uno scherzo tirare da li'. Io abitavo allo Sheraton ma ogni giorno andavo al Palestine, che sta proprio di fronte, per riversare i servizi. Una sera che ho fatto una diretta dal terrazzo guardavo giu' e vedevo molti, troppi movimenti strani. Mai stato tranquillo. Oggi ho visto la hall e i piani pieni di calcinacci. Mi hanno fatto molta tristezza. Strage a Nassiryia La guerra entra nelle case degli italiani alle 8,45 del mattino. In quel momento a Nassiriya, città a sud dell'Iraq, sono le 10,45. Due palazzine in cui risiedono i carabinieri e i militari del contingente che fa parte dell'operazione "Antica Babilonia" vengono sventrate da un attacco kamikaze. Fumo, muri che crollano, sirene di ambulanze, vigili del fuoco, macchie di sangue sul selciato, persone che fuggono terrorizzate. Poco dopo si incomincia a comprendere che cosa è accaduto: un'auto imbottita di esplosivo si è lanciata contro quello che è ritenuto dalla guerriglia irachena un obiettivo militare. C'è stata anche una sparatoria all'ingresso. Alla fine della giornata il bilancio è tragico: muoiono 12 carabinieri, quattro soldati dell'esercito e due civili. I feriti sono 20, 15 carabinieri, quattro militari e un civile. I feriti più gravi sono due militari, gli altri sono feriti in modo non grave. La ricostruzione. Un camion forza il posto di blocco all'entrata della base e prosegue la sua corsa sino alla palazzina di tre piani che ospitava il dipartimento logistico italiano. C'è una sparatoria. Dietro al camion irrompe l'autobomba che finisce la sua corsa esplodendo e causando l'inferno. In tarda serata il generale Giorgio Cornacchione, comandante del contingente italiano, spiegherà che a compiere l' attentato sono stati "quattro kamikaze" su due veicoli con a bordo tra i 150 ed i 300 chili di esplosivo.
Sono ancora frastornato. Sono appena andato in studio, al Tg1, a raccontare le mie storie con i carabinieri di Nassiryia. Una grande tragedia. L'aspetto personale piu' agghiacciante, e doloroso, e' la consapevolezza che molti di loro, molti di quelli morti, li conoscevo, ho mangiato con loro, ho raccolto le loro paure e la loro forza. Amici, sia pure per un giorno.
E’ la prima immagine che ritrovo fra le tante di Nassiyia. I militari italiani a difesa della banca. E’ un omaggio, per tutti questi ragazzi eroi. E intanto arrivano i primi nomi delle vittime: Silvio di Cagliari, Mimmo di Palermo e Giovanni di Asti, padre di una bambina di pochi mesi. Intanto piangiamo per loro. Ho cercato le foto dei morti, le ho guardate con attenzione. Su ogni faccia mi sono soffermato per cercare di capire se quelle facce potevano essere associate a storie che conosco, a paure confidate in posti dove sopravvivere e' gia' un risultato. I nomi, gia' l'ho detto, non li conosciamo mai eppure quando ci ritroviamo ci abbracciamo come vecchi amici. Oggi Cucuzza, dov'ero ospite, si e' collegato con il colonello Scalas che rappresenta il comando militare italiano a Nassiryia. Era emozionato, piangeva. Mi e' venuto da sorridere. Per me quel sardo forte e simpatico era (e') semplicemente Gianfranco. Con cui ho trascorso mesi nei Balcani, in Afghanistan e poi in Iraq. Una persona. Che ha scelto il mestiere di soldato ma che non ama la guerra. Come tutti gli altri, compresi quelli che oggi sono morti per la pace. postato da scaccia · permalink · commenti (5)
Conservavo di Baghdad il ricordo di una città ricca e moderna. Avevo visitato la capitale irachena due volte, all’inizio della crisi del Golfo. Saddam Hussein aveva appena occupato il Kuwait e la gente di Baghdad non credeva che il dittatore li avrebbe presto condotti alla rovina. Anzi gli iracheni, anche quelli che non erano fedelissimi del rais, si sentivano ricchi e potenti. Alessandro Gaeta
Lei si chiama Ehdaa, lui Sean. Si sono sposati a Baghdad il giorno dopo ferragosto, dopo quattro mesi di grande amore. Lei e’ irakena, di professione fa il medico, lui e’ americano, della Florida, e’ un sergente dell’esercito.
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