Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
 PINO SCACCIA
Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità
La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori.
pinoscaccia@gmail.com
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venerdì, maggio 21, 2004, 15:21
Il caso Nicholas Berg, pur nel totale disinteresse da parte dei grandi media, continua a montare. Le anomalie riscontrate nella storia della decapitazione si stanno moltiplicando, e sono emersi dettagli tutt’altro che secondari. Secondo svariati ricercatori e giornalisti investigativi, si può essere ragionevolmente certi che il filmato dell’esecuzione sia addirittura una frode.

Due settimane prigioniero degli americani - Vi sono molti aspetti oscuri sulla presenza in Iraq di Nicholas Berg, l'ebreo americano di 26 anni decapitato da Al Qaeda. Prima che Berg fosse rapito, la sua famiglia aveva denunciato il ministro della difesa Donald Rumsfeld. Come altri americani, Nicholas Berg credeva che l'intervento del suo paese contro il regime di Saddam Hussein avrebbe portato agli iracheni libertà e benessere. Come altri piccoli imprenditori, era andato a Baghdad in cerca di occasioni. Non ne aveva trovate. Il 9 aprile aveva telefonato ai genitori: «L'Iraq mi ha deluso, tornerò al più presto e vi spiegherò». Da quel giorno la famiglia non ha più saputo nulla di lui, fino al momento in cui è stato diffuso su Internet il video della testa mozzata. Il 24 marzo Nicholas aveva telefonato al padre per annunciare che sarebbe tornato il 30. Invece la stessa sera era stato fermato dalla polizia irachena a un posto di blocco a Mosul. La famiglia Berg sostiene di non avere avuto spiegazioni dall'Fbi. «Mio figlio - accusa il padre Michael - è stato detenuto dai militari americani per 13 giorni, senza un capo di accusa. Gli è stato rifiutato il permesso di telefonare o di consultare un avvocato. Il 5 aprile abbiamo denunciato il ministro Rumsfeld e il giorno dopo, sempre senza spiegazioni, Nicholas è stato liberato. La scarcerazione è stata annunciata al giudice, che ha lasciato cadere la causa».
I contatti con i terroristi dell'11 settembre - Nicholas Berg ebbe contatti con Zacarias Mussaui. Costui è l'unico, negli Stati Uniti, a essere sotto accusa e a rischiare la pena di morte per gli attentati dell'11 settembre 2001. E’ definito il “ventesimo dirottatore”. I fatti risalgono a qualche anno fa, quando Nicholas seguiva i corsi di un campus dell'Uiveristà dell'Oklahoma. Un certo giorno, Nicholas incontrò "alcuni terroristi che nessuno all'epoca sapeva che fossero terroristi”. L'incontro avvenne durante un viaggio in autobus. L'uomo che sedeva accanto a Nicholas gli chiese di utilizzare il suo computer portatile. “Si scoprì poi – afferma il padre di Nicholas - che quell'uomo era un terrorista e che utilizzò l'e-mail di mio figlio, come aveva utilizzato l'e-mail di molte altre persone”. Secondo fonti governative, Berg rivelò all'uomo dell'autobus la sua password, che non venne poi modificata, ma fu utilizzata più volte anche dallo stesso Mussaui. L'uomo dell'autobus conosceva Mussaui e fu lui probabilmente a fornirgli gli estremi della e-mail di Berg. Mussaui venne arrestato nell'agosto 2001, qualche settimana prima dell'11 settembre. I sospetti sul suo conto erano scattati dopo la sua iscrizione a una scuola di pilotaggio senza essere in possesso di un brevetto da pilota. Mussaui ha ammesso apertamente di appartenere all'organizzazione di Al Qaeda. Secondo le accuse sarebbe il pilota mancato di un quinto aereo che avrebbe dovuto colpire la Casa Bianca.
martedì, maggio 18, 2004, 20:05
 «Era bello, bello... Gesù, se era bello il mio Matteo... Me lo vedo che entra da quella porta. Me lo sono visto tutta la notte. Ho preso non so quante pasticche per provare a dormire. Non ci riesco. Quegli occhi neri... Quelle sopracciglia... Sempre sorridente. Allegro. Un figlio stupendo. Il figlio che ogni mamma... Un colosso. Un bestione buono di quasi due metri. Sempre pronto ad aiutare gli altri, sempre disponibile. Come si può perdere un figlio così? Come si fa a perderlo così?». Sono le otto di mattina, c'è un sole limpidissimo e tutte le persiane del villino di Camponogara in cui viveva Matteo Vanzan, il giovane lagunare ucciso a Nassiriya, sono abbassate. A nessuno è venuto in mente di tirarle su: «Semo imbriaghi de dolor », spiega la madre Lucia, girando come una sonnambula per casa con addosso una vestaglia, «ubriachi di dolore». Enzo, il marito, ha la barba lunga, accende una sigaretta dietro l'altra e ciabatta avanti indietro, grattandosi la testa, lo sguardo perduto nel vuoto. Un calvario. «Li portino via», sospira, «Li portino via tutti quei ragazzi, dall'Iraq. Non è giusto che li lascino lì per farli morire». «Era andato lì in missione di pace. Ma lo è ancora?», si interroga il papà, «A me non pare che sia ancora una missione di pace. E' una guerra». L'ultima volta, raccontano, hanno sentito il figlio venerdì: «"Mamma, la situasiòn qua 'a se gà un fia' ingarbujà", mi ha detto. Si è un po' ingarbugliata. Prima di partire glielo avevano detto, che tutto si era complicato. Un ufficiale aveva raccomandato: "Se c'è uno che vi punta addosso il fucile, che sia uomo, donna o bambino, voi aprite il fuoco". Era andato via lo stesso. Col sorriso sulla bocca. Diceva: "Se proprio non sono costretto, io non sparo".
venerdì, maggio 07, 2004, 14:15
In una foto punta la mano a modo di pistola contro i genitali di un prigioniero; in un'altra se la ride assieme al fidanzato del momento, il soldato Charles Graner, davanti a una piramide di detenuti nudi e incappucciati. Ma è l'immagine pubblicata oggi dal Washington Post in prima pagina che più scandalizza, che offende e deprime: in primo piano c'è sempre lei, Lynndie R. England, soldatessa di 21 anni del 372esimo Battaglione di Polizia Militare, in un corridoio del Braccio A1 di Abu Ghraib che trascina un iracheno completamente nudo al guinzaglio. «La foto - ha avvertito il giornale - è stata tagliata alla vita del detenuto per motivi di decenza».
Ripugnante. Ripugnante come donna: andate a guardare la sua foto all’arruolamento, veramente brutta, un mostriciattolo. Ripugnante la sua vita: a vent’anni gia’ divorziata. Ripugnante come soldato perche’ anche in guerra ci sono dei limiti. Ripugnante come persona perche’ gia’ e’ pazzesco quando si trattano gli animali da bestie, figuriamoci quando sono gli uomini ad essere trattati da bestie. Non doveva essere li’, in quel lato della prigione, quello non era il suo settore. Ci andava per amoreggiare. E allora perche’ non ha amoreggiato e basta? Cos’era quello, un gioco erotico per stuzzicare il soldato Charles? Nelle tristi campagne della Virginia sognava di fare la metereologa, la madre l’ha giustificata: “E’ venuta a casa a Natale, tanto magra, poverina. E allora quello che fanno gli irakeni ai bravi soldati americani?”. Gli irakeni, a quanto si sa, uccidono ma non umiliano. Eppoi la ripugnante Lyndie non e’ un bravo soldato, che c’entra lei con i bravi soldati? Volto acqua e sapone, sorriso da liceale. Ho sempre pensato che il diavolo spesso ha il volto degli angeli, per mascherarsi. Ma Lyndie ormai si e’ scoperta. Lei cosi’ minutina, insignificante si e’ sentita improvvisamente imbattibile con la divisa, padrona della vita e della morte. Voglio vedere se non sara’ punita. Allora si’ che sarebbe un grande delitto. Piu’ grave sarebbe soltanto se al suo paese, nell’America dimenticata, l’accogliessero come un’eroina. Perche’ ha fatto piu’ male lei all’America di tanti irakeni. Ha fatto malissimo.
mercoledì, maggio 05, 2004, 19:05
Per quel che vale, vorrei dire la mia sul proliferare in rete, e tra i blog, delle immagini sulle torture inflitte agli iracheni da parte dei militari americani e non solo. Queste foto rimbalzano sulle pagine con grande violenza, ed anch'io nei primi giorni le ho pubblicate.Quello che penso ora però, è che dovremo fare un passetto indietro ed evitare di sbattere inutilmente sulle nostre pagine le immagini di quei corpi martoriati, di quegli uomini umiliati così pesantemente, a meno che qualcosa di particolare non ne giustifichi la pubblicazione.Le immagini non le abbiamo scoperte noi: se ne disponiamo è perchè la rete ne è piena, comprese le immagini false.Queste foto circolano già in abbondanza su tutti i giornali online, su tutti i siti di informazione e, purtroppo, non solo in quelli.Cerchiamo almeno di non incoraggiare voyeurismi di ogni tipo, e di non spingerci oltre i nostri limiti. E controlliamo le fonti, sempre.Io per prima. Gianna Taverna
L'interrogativo certamente e' lecito, anzi doveroso. Pero' (senza esagerare) ritengo che un certo choc sia utile per suscitare quell'orrore nella gente necessario per condannare la barbarie (alle parole spesso non si crede).
martedì, maggio 04, 2004, 14:25
Il premier ha chiesto il silenzio stampa sugli ostaggi. Non posso che essere d’accordo, visto che lo stavo auspicando da molto tempo. La richiesta e’ stata giustificata da alcune “parole di troppo” e in effetti troppe parole sono state dette. Ma ora la preoccupazione dei familiari e’ un’altra: “non vorremmo essere abbandonati”, dicono. Non vorrebbero cioe’, come tutti, che calasse il silenzio totale su una vicenda sempre piu’ ingarbugliata. Il silenzio e’ sacrosanto quando riguarda le trattative, ma non dimentichiamo che ci sono tre uomini italiani ancora in mano a non si sa bene quali guerriglieri e soprattutto con quali intenzioni. Innanzitutto i parenti, certo, ma tutti noi vorremmo essere informati.
Sequestrati il 13 aprile 2004, l'8 giugno con un blitz sono liberati Stefio, Agliana e Cupertino. Una grande gioia, offuscata dalla drammatica uccisione di Fabrizio Quattrocchi. Ma anche molti dubbi sull'operazione dei servizi segreti internazionali.
Il Tg1 ha mostrato in esclusiva uno spezzone del filmato della liberazione degli ostaggi italiani in Iraq. E' un documento importante che apre finalmente la luce su una vicenda oscura. Il filmato dimostra innanzitutto una circostanza. Gli ostaggi erano soli, cioe' "incustoditi" come si dice tecnicamente. Pochi secondi per entrare nel covo (che sembra una scuola piu' che una casa) senza incontrare minimamente resistenza, proprio nessuno. Nessuno scontro, nessun colpo, tre o quattro militari appena. Dunque un "prelievo", piu' che un blitz. Le immagini, girate da una minicamera piazzata sull'elmetto di un incursore americano, staccano prima di arrivare agli ostaggi. Quel salto presumibilmente scaturisce dalla protezione dell'uomo-chiave, quel carceriere pentito che avrebbe favorito la liberazione. Il filmato insomma dimostra che c'e' stato un accordo. Resta da capire chi siano i quattro terroristi arrestati dagli americani, come ha comunicato il generale Kimmit. Li' al covo non c'erano. L'unica ipotesi plausibile e' che siano stati catturati prima, dietro indicazioni del pentito. La Torre di Babele
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