Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
 PINO SCACCIA
Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità
La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori.
pinoscaccia@gmail.com
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lunedì, agosto 23, 2004, 23:50

Il 26 agosto 2004 l'annuncio: Enzo Baldoni è stato ucciso, addirittura prima della scadenza dell'ultimatum. Una morte tuttora avvolta dal mistero. Dolorosa, inspiegabile. A Enzo ho dedicato un sito: Blog paralleli. Come parallela è stata la nostra storia in Iraq. Purtroppo per lui interrotta troppo presto.
L'ultima email. "Guardando il cielo stellato ho pensato che magari morirò anch'io in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un gigantesco divertente minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L'indispensabile culo che, finora, mi ha sempre accompagnato". (Enzo G. Baldoni)
Ho perso un amico. Qualcosa in comune sicuramente c’era. Altrimenti non ci saremmo ritrovati insieme davanti al buco di quella granata, nel giardino del “Palestine”, quella notte. Ma non ci siamo piaciuti subito. Intanto perche’ quella che ci aveva tanto spaventato io la chiamavo bomba e lui rosa scarlatta. Enzo Baldoni non era normale. Cercai di capire chi era, perche’ stava li’. “Sono un viaggiatore pigro e un ficcanaso, oppure un fesso che scrive, fai te”. Pigro? Faceva foto, sempre, dappertutto. Aveva una certa genialita’ nel rivoltare la frittata: “E’ la quinta volta che vieni in Iraq, ma chi te lo fa fare?”. Inutile spiegargli che e’ il mio mestiere. Scoprimmo almeno di avere una cosa in comune, anzi due: la voglia di capire e i blog. Io cominciai a leggere il suo e scoprii che aveva grandi intuiti da cronista. Lui scopri’, leggendo il mio, che “anche i giornalisti hanno un’anima”. Il giorno che lascio’ l’albergo per trasferirsi nella casa di Ghareeb (non l’avesse mai fatto) mi lancio’ un messaggio di amicizia. Scrisse: “Pino è un navigatore scafato, io un viaggiatore sempliciotto: ci stiamo annusando e ancora non abbiamo capito se ci piacciamo. Siamo così diversi e opposti che o ci piaceremo molto o non ci piaceremo per niente”. Ci parlammo molto in quei giorni senza vederci. Per telefono (malissimo) e per e-mail. Discussioni feroci. Mi accusava di aver rinunciato al primo viaggio a Najaf. Io a spiegargli: tu rispondi solo a te stesso, io non posso lasciare Baghdad per una settimana (era quello il programma). Facemmo pace quando al ritorno lo andai ad intervistare in ospedale. Scrisse: “Che carino, è venuto a trovarmi sfidando le battaglie che oggi bloccano Baghdad: quattro ponti bloccati, sparatorie in strada, elicotteri che sparano sui viali”. Poi al telefono rise. “Mi hai mandato a reti unificate, manco fossi il presidente”. Inguaribile. Litigammo ancora, piu’ seriamente per il secondo viaggio. Alle due di notte, per un’ora, e dovevamo svegliarci alle cinque. Quelli che a lui piacevano, non piacevano a me. Pero’ quando la mattina c’incontrammo ci fu un abbraccio. In silenzio. Quando, qualche chilometro dopo, ci scoppio’ quella mina sotto il sedere non ebbe piu’ il coraggio di chiamarla rosa scarlatta. Quando poi arrivammo tra cecchini e carri armati in quella stradina di Najaf , mentre faticavo a parlare al microfono per i botti che rimbombavano, mi scatto’ un sacco di foto (che non ho visto ne’ vedro’ mai) e sorrise: “Ma lo sai che fai proprio un mestiere di merda?”. Era la consacrazione di un’amicizia. Del resto, so per esperienza che i rapporti fra noi “zingari” si saldano alla prima avventura in comune. Purtroppo e’ stata anche l’ultima.
domenica, agosto 22, 2004, 23:44

Non c’e’ stato ancona nessun riconoscimento ufficiale. Le voci si rincorrono ma, al momento, non c’e’ nessuna conferma che appartenga a Ghareeb, l’autista di Enzo Baldoni, il corpo di un uomo ucciso nei giorni scorsi in un agguato nella cittadina di Malmudyia, cinquanta chilometri da Baghdad. Cioe’ la stessa zona dove all’andata un mina colpi’ la colonna della croce rossa verso Najaf. Una zona cosi’ pericolosa che nessuno e’ potuto andare finora direttamente all’ospedale al Iskandaria per il riconoscimento. In quella zona sono stati uccisi numerosi poliziotti e anche due collaboratori della Cnn. Quando ho chiesto a Mahdi di andarci (Mahdi e’ coraggiosissimo, l’anno scorso mi ha salvato la vita contro gli Ali Baba) mi ha detto: “E’ come mandarmi al suicidio”. Per tornare da Najaf ho preso una macchina proprio consigliato da Ghareeb. L’autista era sveglio. Mi ha chiesto di togliermi gli occhiali da sole perche’ li usiamo solo noi occidentali. Quando siamo arrivati a Malmudyia ha abbandonato la strada principale, ha fatto un giro largo, per evitare quello che sembra una sorta di appuntamento con la morte. E’ incredibile che non si riesca a controllare la zona. L’unica notizia dunque che potrebbe indirettamente portare a conoscere la sorte di Enzo Baldoni ancora non e’ sicura. Le voci sono contrastanti. C’e’ chi parla di un corpo bruciato, chi di ferite da colpi di pistola. Se l’ipotesi piu’ valida resta quella dei ladroni non reggerebbe la voce della pistola perche’ usano kalashnikov, e se il corpo fosse davvero bruciato non potrebbe essere riconosciuto. Da stamattina sono anche sulle tracce della famiglia di Ghareeb ma pare che non esista nessuno a Baghdad. Sono tutti in Palestina, la sua terra d’origine.
Cercando fra le foto di quel giorno, ho ritrovato questa, scattata subito dopo l'esplosione della mina, a Malmudyia (è tratta da un filmato). Naturalmente Enzo (lo vedete) e' sceso con la macchina fotografica a lavorare. Eravamo fianco a fianco. Spero di tornarci presto.
(Spero anche che almeno questa foto, in qualche maniera intima, non sia rubata da tutti i giornali senza neppure dire da dove e' presa)
ARRIVA IL VIDEO: ULTIMATUM DI QUARANTOTTO ORE
Un gruppo islamico iracheno denominato 'Esercito islamico dell'Iraq' ha annunciato il rapimento del giornalista italiano Enzo Baldoni. Il gruppo islamico ha inviato all'emittente televisiva al-Jazeera le immagini del nostro connazionale. Nel video vengono mostrati anche i documenti del reporter italiano. In un comunciato letto dalla tv satellitare del Qatar, i terroristi lanciano un ultimatum al nostro governo di 48 ore. Entro questo termine, recita il comunicato, l'Italia dovra' ritirare le proprie truppe dall'Iraq per avere salva la vita di Baldoni. Nel documento si attacca poi con forza il primo ministro italiano Silvio Berlusconi per le sue posizioni considerate anti-islamiche. Nel video lo stesso Baldoni declina le sue generalita' e dice di essere un giornalista di 56 anni. Nel filmato viene mostrato anche il suo passaporto. Nel video Enzo Baldoni sembrava in buona salute. Il giornalista italiano appariva solo, senza i miliziani armati che erano invece presenti in messaggi video relativi ad altri ostaggi in Iraq. Baldoni appariva tranquillo, sbarbato e vestito con abiti civili.

domenica, agosto 22, 2004, 23:41
E' stato liberato il giornalista americano Micah Garen, rapito lunedi' scorso nel mercato di Nassiriya da un gruppo di guerriglieri iracheni. Garen e' stato consegnato all'ufficio del leader radicale sciita Moqtada Al Sadr. "Sono molto grato a tutti coloro che hanno lavorato per proteggermi e garantire il mio rilascio - ha detto - e ringrazio i miei amici a Nassiriya, la mia famiglia e la mia fidanzata che hanno trascorso qui tre mesi con me". Il sito
Non e' come per Enzo, naturalmente, ma questa notizia mi conforta. Micah l'ho appena conosciuto, giusto dieci minuti, ma mi e' sembrato davvero una brava persona. Sono felice per lui, sinceramente.
sabato, agosto 21, 2004, 22:30

Non ci sono ancora notizie ufficiali, nel senso che nessuno ha riconosciuto il corpo, ma sembra ormai certo che Garheeb, l’autista irakeno di Enzo Baldoni, sia stato ucciso in un agguato. Il cadavere starebbe ora nell’obitorio dell’ospedale al Iskandaria, qualche decina di chilometri da Baghdad. Nessuna notizia sulla sorte di Enzo Baldoni ma l’ipotesi che sia stato rapito, a questo punto, si fa sempre piu’ concreta.
Velocemente, perche' a questo punto bisogna darsi da fare per capire cosa e' successo, piu' che parlare tanto per parlare. Poco fa ho sentito Giusi, la moglie di Enzo, e spero di averla indirizzata verso la persona giusta. Domattina cerchero' di andare anch'io a Iskandaria, cosi' intanto sapremo se si tratta davvero del povero Ghareeb. Poi, Enzo. Con rispetto, ho letto un sacco di cose incredibili. Le spie? Gli americani? Stavolta proprio non c'entrano, c'e' chi parla di Iraq e non lo conosce. E anche le beghe della Croce rossa non c’entrano niente. Restiamo ai fatti. Se e' vero quello che si teme, cioe' il rapimento, corrisponde a una tecnica molto usata dai ladroni, i cosidetti Ali Baba. E' successo a noi l'anno scorso: sparano alle gomme e all'autista per fermare l'auto (ed e' successo ad altri colleghi, inglesi, americani, francesi, spagnoli) e poi ti rapinano. In questo momento i ladroni sanno che i rapimenti possono far soldi cosi' vendono gli occidentali ai miliziani che possono usarli come merce di scambio nella rivolta. Non chiedono riscatti, chiedono (come nel caso di Garen) di abbandonare Najaf, ad esempio. O di far andare via le truppe italiane. Per il resto: anch'io ho lasciato la colonna della Croce Rossa, noi siamo reporter, magari un po' matti, ma siamo fatti cosi'. L'idea di intervistare al Sadr era un gioco, come si fa sempre, non un progetto concreto. Insomma, stavamo li'...non si sa mai. Ed Enzo, questo e' sicuro, puntava proprio su Ghareeb per avvicinarsi all'esercito del Mahdi, con cui aveva contatti, ve lo garantisco. E' stato lui a portarci a Najaf e a farci rifugiare nella moschea di Kufa. Ed e' stato lui che ci ha scelto l'autista che ci ha riportato a Baghdad. Tremo al pensiero che ci abbiamo pensato molto: stavamo per tornare tutti insieme.
Avrei voglia di parlare di Ghareeb, adesso. E ancora di Enzo. Ma non e' il momento. Certo il sorriso di Ghareeb non lo dimentico. Perche' era un sorriso triste.
sabato, agosto 21, 2004, 00:07
Non si hanno piu' notizie, da circa 24 ore, di un italiano che si trovava in Iraq, Enzo Baldoni , freelance e blogger. Ieri era partito per Najaf insieme alla Croce rossa e a una troupe della Rai. Baldoni non ha un telefono satellitare.

Scherzavamo, quando gli ho scattato questa foto. Stavamo in quella stradina, chiusa dagli americani, che avevano circondato anche noi che volevamo andare verso il mausoleo. Scherzavamo mentre sparavano. Poi, finalmente siamo riusciti con Enzo che a piedi faceva da staffetta con la bandiera della Croce rossa. Perche' prima di far passare il convoglio con le auto bisognava farsi riconoscere, ad ogni incrocio, perche' il nervosismo era tanto. Siamo usciti da Najaf e ci siamo rifugiati a Kufa, in una moschea. Mentre i medici della Croce rossa medicavano i feriti (Kufa e' a ridosso della citta' santa) gli irakeni ci hanno offerto da mangiare. Io ho rifiutato. Enzo invece e' andato a pranzo. Quando e' tornato mi ha chiesto in prestito il telefono satellitare, per chiamare casa. Poi ci siamo salutati. Io ieri pomeriggio sono tornato a Baghdad, per fare i servizi per i Tg, lui e' rimasto con Ghareeb, di cui si fida ciecamente. L'idea di restare un po' li' me l'ha confidata piu' volte. "Per capire, servono tre, anche sette giorni" mi aveva detto. Non vorrei proprio sbagliarmi, ma sono convinto che Enzo sta rintanato da qualche parte in attesa di quel sogno che ci scambiavamo spesso per gioco: "Pensa se becchiamo al Sadr!" Il problema e' che lui non ha il telefono e nessuno lo puo' raggiungere se non si fa vivo lui. Lo aspetto. Anche lui mi ha scattato un sacco di foto e ho proprio voglia di vederle.
venerdì, agosto 20, 2004, 22:23
“Le forze statunitensi hanno scatenato intensi attacchi per tutta la notte su Najaf, la città santa sciita dell'Iraq. Secondo testimoni, trenta esplosioni hanno scosso la Città Vecchia. I soldati americani hanno attaccato le posizioni intorno alla moschea dell'Imam Alì, al cui interno sono asserragliati i miliziani fedeli a Muqtada al Sadr” (agenzie)

Eccolo, il "mio" bambino di Najaf. Le parole contano, ma nessuna parola avra' mai la forza di un'immagine. Con le foto si scrive anche, traspaiono i sentimenti. Ieri, in una botta forse di vanita', ho pubblicato la foto di gruppo, dove c'ero anch'io. Stamattina ho tagliato fuori tutti, compreso il padre come se in qualche maniera mi "appropriassi" di quella creatura. Cosi', e' rimasto solo lui, con i suoi occhioni che ancora non hanno capito dove guardare. Hanno bombardato tutta la notte, proprio dietro casa sua. Sono sicuro che non e' riuscito a dormire. Sento, profondamente, che non e' giusto.
giovedì, agosto 19, 2004, 22:34

Sono distrutto dalla fatica. Mi capita raramente di essere cosi’ stanco, eppure sono addestrato a trottare. Stasera non ce la faccio proprio a riflettere, quasi neppure a ricordare. Mi aiutano le foto. Accontentatevi, per una volta, del pezzo che ho mandato in onda, piu’ o meno, ai tg. Troverete, lo so, spunti anche qua. Poi, riprenderemo a confrontarci. Sperando che per Najaf non sia troppo tardi. Da oggi mi porto appresso qualcosa di molto personale da quella citta’ massacrata dalla guerra: lo sguardo di un bambino. Che non sono riuscito a far sorridere.

Una mina sulla strada, come ce ne sono in tutte le strade dell’Iraq. Un boato. Il convoglio della croce rossa e’ colpito. L’esplosione fa saltare i vetri di un’ambulanza e di un camion carico di medicinali. Uno degli autisti irakeni, Udai, e’ una maschera di sangue, ma le ferite per fortuna non sono gravi. Si sono infrante cosi’, ancor prima di Babilonia, le speranze di un viaggio di pace, umanitario. Si decide comunque di andare avanti, verso Najaf.
All’ingresso in citta’ c’e’ un grande cartellone con la faccia del padre di Moqtada al Sadr, ci sono anche i miliziani, incappucciati, a controllare gli ingressi. Tanto per chiarire che questa e’ la citta’ della rivolta. Ma oggi sembra tutto tranquillo. La gente affolla le strade, fra i segni della lunga battaglia. Escono tutti dalle case, dopo mesi. Credono nella pace. Poi, improvvisamente l’inferno.

Restiamo per un paio d’ore rintanati, praticamente prigionieri, ma in qualche modo protetti in una stradina della citta’ vecchia, a duecento metri dal mausoleo. Sono i carri armati americani a bloccarci l’uscita perche’ hanno allargato il cerchio dell’assedio. Sono nervosi. Guai ad affacciarsi. Gli elicotteri si alzano in volo, si sente bombardare. Le strade tornano d’un colpo deserte. La battaglia e’ dunque ricominciata, siamo arrivati nel momento cruciale, perche’ stavolta sembra davvero la fase finale di uno scontro ormai insanabile. Sappiamo, a un passo del centro della battaglia, del nuovo ultimatum, lanciato dal premier Allawi. E soprattutto della risposta di Moqtada al Sadr che stavolta respinge ogni accordo, capisce che il destino della rivolta sciita e’ ormai solo quello del combattimento. “E combatteremo fino alla fine, verso la vittoria o il martirio” e’ l’ultimo proclama. Si continua a sparare. Cerchiamo di uscire, in queste condizioni il mausoleo di Ali’ e’ impossibile fisicamente da raggiungere. E’ colpito, ancora. Si vedono colonne di fumo.

Finalmente troviamo una via d’uscita. La Croce Rossa trova rifugio in un’altra moschea. La gente chiede acqua, cibo, medicine. Si scarica materiale. Poi arrivano feriti. Ci raccontano che un colpo di mortaio ha devastato un commissariato di polizia. I morti sono almeno otto, qui le notizie (come la morte) arrivano in fretta. Gli altri invece che raccontarci, chiedono. Chiedono perche’ non riescono a vivere in pace. E’ difficile rispondere, soprattutto oggi.
mercoledì, agosto 18, 2004, 23:22
All'alba parto per Najaf. Proprio al centro dell’inferno. Ma non lo dite a nessuno, e' un segreto. E' il giorno giusto, forse, per capire. Magari anche per capire chi davvero non vuole la pace. Spero di tornare presto. Spero, intanto, di tornare. Inshallah. Anzi, non mi piace. Preferisco: se Dio vuole.
mercoledì, agosto 18, 2004, 15:45

Vado in giro per Baghdad e sono stanco. Stanco di quest’atmosfera , delle esplosioni, delle polemiche, stanco di correre, di vedere gente o morta o incazzata, stanco di temere non di essere ucciso ma di essere rapito (che e’ peggio). Soprattutto stanco di un vita che, da queste parti, invece che migliorare peggiora ogni giorn, ogni ora’. Quando pure il sonno ti evita le sparatorie notturne, a cui fai l’abitudine, arriva la mattina e ti ritrovi dentro il tunnel. Adesso c’e’ l’ultimatum. Il governo ha dato poche ore ai miliziani per arrendersi. Forse davvero siamo alla fine della drammatica storia di Najaf. Poi le notizie che arrivano, ininterrottamente: una bomba al mercato di Mosul (sette morti), gli americani che a Kut sparano a un minibus della scuola (cinque studenti uccisi) e chissa’, in questi pochi minuti in cui scrivo, quanti altri lutti ancora. Non solo. Ho appena saputo che hanno sospeso tutti i voli da e per Baghdad. Non lo dicono, ma ieri avrebbero sparato a un aereo della Royal Jordan. Significa non poter partire (raggiungere Amman attraverso Ramadi e Falluja sarebbe un suicidio). Mi sento prigioniero.
Arriva adesso la notizia che al Sadr avrebbe accettato tutte le condizioni. Cioe' il disarmo del suo esercito e l'abbandono del mausoleo di Ali. In pratica, la resa totale in cambio di una partecipazione alla nuova vita politica irakena (idea fissa del rampollo dell'imam sciita trucidato da Saddam). Speriamo che sia vero, che arrivi finalmente la pace a Najaf. E non sia solo un modo per rinviare l'ultimatum del governo.
martedì, agosto 17, 2004, 23:21
I delegati arrivati da Baghdad ci sono rimasti male perche' al Sadr non li ha ricevuti. Ma come si fa a parlare di pace nello stesso momento in cui gli americani stanno bombardando il cimitero? Ma non potevano almeno aspettare un attimo?
Ieri, quando sono andato all'ospedale della Croce rossa ho attraversato Rasheed street, forse la strada che preferisco, piena di negozi, nella citta' vecchia. Ho chiesto a Mahdi di correre: l'aria non mi piaceva. Ci sono tornato oggi pomeriggio: la devastazione.
martedì, agosto 17, 2004, 12:43
Ci sono mattine in cui ti svegli proprio male. Per esempio, quando sei svegliato dalle bombe. Via Rasheed e' una delle strade principali di Baghdad, ci andiamo spesso, e la mattina e' affollatissima perche' e' la zona dei negozi. Un grappolo di razzi ha interrotto bruscamente ogni attivita'. Per ora i morti sono sette, fra cui due bambini, piu' di quaranta i feriti.
Poi c'e' Najaf dove la delegazione non va piu' e dove si e' ripreso a sparare di brutto. E poi Nassiryia dove tre carabinieri sono stati feriti. E poi tutto il resto. Good morning, Iraq.
lunedì, agosto 16, 2004, 22:58
Stamattina Mahdi mi si e’ avvicinato con una strana faccia. In genere, e’ sempre allegro. “Sai che giorno e’ oggi?” mi ha chiesto. Si’ che lo so. L’anno scorso, esattamente il giorno dopo ferragosto, ci hanno sparato tornando da Nassiriya. Ci hanno sparato per ucciderci. Fra le tante paure che ho passato in tante guerre quella e’ stata sicuramente la piu’ forte. In quei pochi (tanti) minuti in cui loro ci sparavano e noi scappavamo e’ stato come andare dall’altra parte: mi e’ servito per fare un bilancio, pensando a tutte le cose che non ero riuscito a fare e a tutte le cose non dette. Soprattutto quella grande paura mi ha insegnato ad aver paura. Per sopravvivere. Il giorno prima avevo avuto un grande dolore (ancora non sopito) ma di questo non voglio parlare. Chi mi segue da tempo ricorda, forse, quel post sul “maledetto ferragosto”. Preferisco riproporvi il pezzo che ho scritto un anno fa sull’attentato, meravigliandomi ancor oggi della freddezza del racconto dopo che invece avevo pianto, sul serio, correndo per i campi insieme agli stessi compagni di oggi. Segno del mestiere. Ma forse perche’ si puo’ parlare delle paure degli altri, e’ difficile invece parlare delle proprie. E’ stato difficile, oggi, anche risalire sulla stessa auto, con quel buco sul tetto che Mahdi non ha voluto far riparare (per non dimenticare).

Qui li chiamano ali baba, i ladroni. Rapinano sulle strade, le lunghe strade, tutte diritte che attraversano l’Iraq. La tecnica e’ sempre la stessa. Sparano alle gomme delle auto per farle fermare, poi la rapina. Due giorni fa e’ successo a Bassora ai giornalisti del Washigton post, la settimana scorsa a una troupe inglese a Ramadi. Oggi, due ore fa, e’ successo a noi. Tornavamo da Nassiryia. Un lungo viaggio. Quasi a ridosso di Baghdad, mancavano meno di 40 kilometri, l’agguato. Il posto si chiama al Hafria. Un pick-up ci taglia la strada, il nostro autista non si ferma, tirano su le armi. Colpiscono la gomma davanti ma Mahdi, l’autista non si ferma ancora. Allora ci affiancano: sparano ancora ripetutamente, con due kalashnikov e una pistola. Ormai sparano ad altezza d’uomo, riusciamo comunque a fuggire, ci infiliamo in un cantiere in mezzo alla gente. Siamo in cinque. Chi vi scrive e i compagni di viaggio della Rai in questa trasferta irakena: Norberto Sanna e Silvio Baglivo, piu’ Mahdi e il producer, Aluai. Sull’auto i segni pesanti dell’agguato. Il vetro frantumato dalle raffiche, almeno quattro pallottole sono entrate dentro, una ha colpito la gamba di Mahdi. Appena arrivati a Baghdad lo portiamo al campo della croce rossa italiana. Lo affidiamo a loro. Non e’ facile parlare delle proprie paure, ma dovevamo raccontare per dare l’idea di un Paese dove tutti sono armati e dove la morte, ancora, e’ dietro l’angolo, ogni momento. Non sono abituato ad esagerare, i rischi li metto in conto, ma stavolta avete seriamente rischiato di perdere questo blog. Per sempre.
lunedì, agosto 16, 2004, 11:32

Confermato ufficialmente il rapimento di un giornalista di nazionalita' americana, Micah Garen, stava passeggiando per le strade del mercato, nel centro della citta', quando e' stato sequestrato da un gruppo di sconosciuti. A Nassiriya per un'inchiesta sui siti archoelogici della zona, Micah Garen e' il fondatore e direttore di una societa' ''Four Corners Media'', specializzata in documentazione video, foto e testi, con sede a new York e in Colorado.
Alto, magro, gentilissimo, di quei tipi che parlano piano, piu' studioso che cronista, Micah giovedi' pomeriggio era venuto a trovarmi a Baghdad. Aveva bussato alla mia porta del "Palestine". Mi aveva offerto delle immagini di Nassiryia. Gli ho chiesto di risentirci e si e' preso il numero del mio cellulare e la mia e-mail. Ma poi e' sparito, non mi sono piu' arrivate sue notizie. Ci sono rimasto male. Gli chiedo scusa: adesso so perche' e' sparito. Penso al mio numero e alla mia e-mail in mano forse agli uomini che lo hanno rapito, in quel delizioso mercatino di Nassiryia dove ho passeggiato tante volte. Ma penso soprattutto a lui, sperando che si risolva tutto molto presto.
lunedì, agosto 16, 2004, 11:26
"grande pino, grazie per starmi così vicno. tornato da najaf, grande esperienza umana, consegnati medicinali, portati fuori donne e bambini nascosti nel camion, molto sangue, stato in casa as sadr, entrato mausoleo ali, visto morire guerrigliero sotto miei occhi, incontrato comandante esercito al mahdi, cagato sotto causa torretta bradley che si spostava tenendomi di mira, incontrati marines che stavano pian piano entrando a piedi in najaf, lussata clavicola, ricoverato osped. italiano. grandi foto. scusate imprecisioni e stile telegrafico, scrivo solo mano sinistra, tutto bene. Forse dovrò interrompere viaggio. presto racconto". Enzo G. Baldoni
I BLOG PARALLELI
domenica, agosto 15, 2004, 21:55
Sta quattordici piani sopra, io al terzo lui al diciassettesimo. Naturalmente del Palestine. Lui e’ Enzo Baldoni, si definisce viaggiatore, di sicuro e’ un blogger. Ci siamo gia’ incontrati di sfuggita un paio di volte. Una volta al check-point, un’altra di notte quando scoppio’ l’ordigno nel giardino del ristorante. La foto e’ sua e da’ l’idea di quanto sia poco piacevole vedersi tirare una roba cosi’ addosso. Il suo diario di bordo irakeno si chiama Bloghdad. Una prospettiva diversa, ma forse uguale, di vivere l’inferno. Comunque, un compagno d’avventura. 9 agosto 2004
Mentre l'esercito Usa ha lanciato una nuova offensiva a Najaf, il governo iracheno ha emesso un ordine per tutti i giornalisti di lasciare la città santa. D'ora in poi le uniche notizie da Najaf saranno quindi quelle provenienti dai giornalisti 'embedded' con le truppe statunitensi. La vicenda riapre i dubbi sull'effettivo attaccamento del governo iracheno alla libertà di stampa. Un cronista della tv iraniana Al Alam, Mohammad Kazem, che non ha rispettato l’ordine, e’ stato arrestato in diretta mentre trasmetteva il servizio sugli scontri. Il governo ha giustificato la decisione: ''Noi non tentiamo di imbavagliare i giornalisti, ma non vogliamo essere responsabili della morte di uno di loro''.
 I ntanto, una notizia. Il blogger-viaggiatore Enzo Baldoni e' riuscito a raggiungere Najaf. Ogni tentativo di sentirlo al telefono finora e' stata inutile. Ma sta bene. L'ho visto in immagini che arrivano dai circuiti internazionali. Si e' infilato sull camion della Mezza Luna che ha portato nella citta' santa anche materiale della Croce rossa italiana. Era allegro, addirittura, mentre pallottole gli fischiavano sulla testa. Stiamo tutti e due a Baghdad ma spesso, specie a una certa ora, e' piu' facile scriversi. Ieri sera mi ha mandato una mail: "Vediamo come va a finire. Io comunque devo andare". Ci ho pensato anch'io, ad andare. Ma le mie responsabilita' sono diverse. Essendo l'unico giornalista televisivo (italiano) presente, Non potevo correre il rischio di rimanere bloccato per giorni. E poi: come avrei potuto lavorare con i cronisti tutti respinti? Pero' adesso sono preoccupato per lui. E' stato annunciato l'attacco totale e lui sta sicuramente dalla parte degli sciiti. Spero che almeno si sia rifugiato nella moschea, l'unico posto che forse rispetteranno.
Gia'. La discussione sulle immagini degli scontri va avanti da giorni, con i colleghi. Abbiamo ogni giorno immagini stupende (parlo anche di foto) ma tutte rigorosamente girate da operatori arabi. L'unico sistema, del resto: chi puo' permettersi di entrare a Sadr city adesso? Talvolta la condizione risulta clamorosa, come nel caso dell'attacco agli inglesi, completamente girato dalla parte degli attaccanti. Cosi' gli irakeni, che avevano gia' il vizietto di chiudere la bocca a chi fa questo mestiere, sono stati convinti dagli americani. E stasera, guarda caso, nelle immagini che sono arrivate da Najaf c'erano i marines e i carri armati. Non era mai avvenuto prima, in questi giorni. Allora: non mi piaceva allora e non mi piace adesso. Ho ancora l'illusione di poter vedere tutto.
Scusate, chiudo la finestra con la tenda. Fuori stanno sparando, da matti. E guai ad affacciarsi per capire che succede.
sabato, agosto 14, 2004, 23:17
Cominciamo con ordine. Cioe' dal disordine. Non bisognava essere grandi analisti politici per capire quello che ieri sera temevo: che la tregua di Najaf fosse finta. Le richieste di al Sadr erano, oggettivamente, inaccettabili ed era evidente che il filo di pace era sottilissimo. Come da giorni sto sottolineando la minaccia di una saldatura religiosa nella Jihad. E allora continuo a non capire gli americani. Dico sul piano politico. Hanno tanti di quei problemi con gli sciiti che adesso stanno massacrando i sunniti, bombardando Samarra, Falluja... Cosi' non fanno altro che accumulare l'odio di tutti provocando quella che e': una rivolta generale. Piuttosto bisogneebbe chiedersi se possono farlo. Se cioe' in tempo ufficialmente di pace possono bombardare le citta' con i caccia, usando ordigni da guerra, radendo al suolo interi quartieri. Gia', possono farlo? Bisognerebbe che qualcuno cominciasse a chiederselo.
Mi rifaccio lo spirito con questa ragazzina incontrata oggi a Baghad. Bella. Ci siamo solo scambiati sorrisi. Se ci fossimo capiti le avrei chiesto il perche' di quel segno di vittoria. Ma forse sarebbe stato comunque inutile. Guardo lei e almeno non penso che hanno bombardato Samarra, cioe' la citta' della Torre di Babele. Se l'avessero colpita, non so che avrei fatto. Fra le sofferenze di questo nuovo viaggio c'e' l'impossibilita' di tornare a visitare quella spirale che ha dato vita a questo blog, che e' (come tutti blog) il soffio della mia anima. Povero Iraq. Il negozio dentro il "Palestine" e' stato chiuso per giorni. Avevo visto un orologio che mi piaceva. Oggi finalmente ha riaperto e chiesto al ragazzo che stava al banco: perche'? ma non ti va proprio di lavorare? Mi ha spiegato: "Abito a Sadr city e non potevo uscire di casa". Ha sorriso, poi e' stato sincero: "Beh, sparavo anch'io, e' un momento che ha bisogno di tutti". Ho comprato l'orologio. Non sono piu' andato a Najaf. E' saltato tutto, per ora. Domattina ci prova Baldoni, il "blogger parallelo", con la luna rossa. Lo seguiro' con attenzione. Domani sara' una giornata pesante a Baghdad, altro che ferragosto, con il coprifuoco in citta' per l'inizio della conferenza (il prologo delle elezioni). Penso al ferragosto scorso, drammatico. Non sara' mai peggio di quello.Cattiveria finale, dedicata a tutti quelli (sempre di piu') annoiati, talvolta infastiditi da racconti di guerra: come se la guerra non esistesse. Ho letto che alcuni turisti italiani alle Maldive si sono impauriti per il trambusto provocato da un tentativo di golpe o qualcosa del genere. Quelli che vanno alle Maldive a ferragosto, lo ammetto, mi sono sempre stati antipatici. Piu' antipatici sono soltanto quelli che ci vanno a Natale.
venerdì, agosto 13, 2004, 23:27
La tregua a Najaf c’e’, nel senso che e‘ stato raggiunto un accordo sul cessate il fuoco. Una tregua, e’ stato chiarito, senza limiti di tempo per favorire le trattative ancora in corso. L’unica realta’ e’ che per ora i combattimenti sono sospesi, ma la situazione non e’ poi cosi’ chiara. Moqtada al Sadr, poco prima dell’annuncio della tregua, aveva nuovamente incitato i suoi alla rivolta. Apparso con una mano bendata, per confermare il suo ferimento, ha chiesto agli sciiti di lottare fino alla morte. Perche’ la tregua (ha chiarito) e’ limitata solo a Najaf, che ha giurato di non lasciare mai, ma non riguarda il resto del Paese. Che difatti e’ ancora infiammato. Manifestazioni affollatissime contro le truppe americane si sono svolte nelle principali citta’ irakene e la violenza e’ ripresa a Hilla, Kut e Falluja dove ci sono stati complessivamente sedici morti, oltre alla stessa Baghdad dove forti esplosioni hanno ripreso a squassare il centro, sfiorando l’ambasciata degli Stati Uniti. In realta’ la via per uscire dalla rivolta sciita sembra ancora lunga. Fra le condizioni poste da Sadr, oltre al ritiro dei marines, c’e’ anche il riconoscimento dell’esercito del Mahdi come movimento ideologico e dunque in grado di partecipare all’attivita’ politica. Esattamente la posizione opposta a quella espressa dal premier del governo provvisorio Allawi che ha chiesto lo smantellamento delle milizie armate. Siamo tutti, ci mancherebbe, per la pace immediata ma bisogna pure chiedersi, per capire: chi ha vinto? Qualche agenzia (occidentale) ha titolato in serata “Sadr tratta la resa”. Come se lui si fosse arresto: visti quelli che sembrano gli accordi ne uscirebbe al contrario alla grande. Poi c’e’ Al Jazeera che ha rilanciato: “le truppe americane stanno arretrando, hanno lasciato il centro”. Notizia non confermata neppure dagli uomini piu’ fedeli di Sadr. La solita battaglia mediatica giocata sulle parole, sulle voci che intanto butti li’ e molto piu’ tardi (forse) smentisci. Come le ferite dell’imam, il numero dei morti, gli arrestati, tutto il resto. Forse avrete capito che per conoscere la verita’ da queste parti mica e’ facile.
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