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Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
![]() PINO SCACCIA Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. pinoscaccia@gmail.com |
![]() "Picnic" di Muayad Muhsin, opera raffigurante Donald H. Rumsfeld
Alla fine, non sarà la costante minaccia di violenze a portare il noto artista della ceramica Mahir Samarrai fuori dal luogo in cui è nato. Quando infine - a malincuore - se ne andrà da Baghdad verso la fine di quest'anno, il motivo sarà molto più banale.“Per fare la ceramica, devi cuocere i pezzi nella fornace per otto ore. Dal 2004, abbiamo avuto una o due ore di elettricità al giorno”, dice Samarrai, 57 anni, che dice di non potersi permettere un generatore. “Perciò qual'è l'alternativa?”Quella che un tempo era la fiorente comunità di artisti di Baghdad si è quasi del tutto volatilizzata. Le strade prima ricche di gallerie ora sono deserte, e gli artisti rimasti dicono di non aver venduto neanche un pezzo a partire dall'invasione guidata dagli Usa. Samarrai e molti altri stimano che il 90 per cento degli artisti che lavoravano nella capitale all'inizio del 2003 è stato ucciso o è fuggito dal Paese.Questa fuga potrebbe avere gravi implicazioni per le attività di ricostruzione, dicono gli intellettuali. Mentre l'Iraq continua a perdere le élite economiche e culturali – pittori e poeti così come dottori e ingegneri – molti si preoccupano per le conseguenze del lasciarsi dietro una popolazione priva di una classe elevata abbastanza numerosa. Il timore è grave soprattutto tra gli artisti e gli storici dell'arte, che lamentano la perdita da parte della città del suo status di capitale culturale del mondo arabo.“La minaccia verso la cultura è devastante per il futuro dell'Iraq quanto i problemi politici”, dice Shayma Ahmed, docente all'Accademia delle Belle Arti di Baghdad. "Se gli artisti e gli scrittori se ne vanno, chi ci sarà qui a mostrare cosa sta succedendo e a cambiare le cose? OsservatorioIraq
Visita dell'attrice Angelina Jolie a un campo profughi in Iraq Si erano arruolati insieme dopo la morte del fratello Jared, ucciso in Iraq nell'ottobre 2004. Insieme torneranno a casa, in California: ma mentre Jason potrà riabbracciare la sua famiglia, Nathan sarà in una bara. E' una storia drammatica, quella della famiglia Hubbard di Clovis, una cittadina nei pressi di Fresno. Una vicenda che ricorda molto da vicino quella raccontata da Steven Spielberg in "Salvate il soldato Ryan" e che sta commuovendo l'America. Nathan, 21 anni, era tra i 14 soldati statunitensi morti mercoledì vicino a Kirkuk nello schianto di un elicottero , probabilmente per un guasto meccanico. Nemmeno tre anni fa, i suoi genitori avevano dovuto affrontare la perdita di Jared, che allora aveva 22 anni e che ha perso la vita nei pressi di Falluja. Pensando al dolore della famiglia e basandosi su un regolamento militare scritto per affrontare casi simili, l'esercito ha deciso di concedere un permesso speciale all'unico fratello sopravvissuto, il 33enne Jason. Una volta raggiunti i genitori, la moglie e il figlio di due anni, potrà riflettere con calma e scegliere se tornare con il suo reggimento o se rimanere a casa. Repubblica.itJason Hubbard, a sinistra, con il fratello Nathan
Sette soldati americani in Iraq hanno scritto un editoriale sul New York Times per denunciare una serie di fallimenti della politica americana in quel paese. Secondo i sette militari - il soldato Buddhika Jayamaha e i sergenti Wesley Smith, Jeremy Roebuck, Omar Mora, Edward Sandmeier, Yance T. Gray e Jeremy Murphy - il fronte più importante nella strategia della contro-insurrezione, vale a dire il miglioramento delle condizioni sociali ed economiche dell'Iraq, è quello «in cui l'America ha fallito più miseramente». (...) «Quattro anni di occupazione e siamo venuti meno a ogni promessa, mentre abbiamo sostituito alla tirannia del partito Baath la tirannia degli integralisti islamici, delle milizie e della violenza criminale». I sette militari che fanno parte della 82esima divisione aerotrasportata e che presto faranno ritorno in patria, precisano che la loro opinione è strettamente personale e motivata dal modo con cui il conflitto in Iraq viene descritto nella stampa americana come «sempre più sotto controllo, mentre non si parla del crescente disordine civile, politico e sociale che vediamo ogni giorno». (...) Presto - scrivono i sette - gli iracheni capiranno che «il modo migliore di riacquistare la loro dignità è di chiamarci per quel che siamo - un esercito di occupazione - e di costringerci a fare le valigie». Corriere.it Più o meno quello che andiamo scrivendo in molti (che conoscono l'Iraq) da quattro anni. E che qualcuno ancora si rifiuta di capire.
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Un traffico di centomila armi automatiche russe dall'Italia all'Iraq per alimentare la guerriglia. E' questa la scoperta a cui è arrivato il procuratore antimafia di Perugia, Dario Rizzo, secondo documenti dell'indagine ottenuti da due reporter dell'Associated Press. Il traffico è stato scoperto durante una perquisizione delle forze di polizia all'aeroporto di Fiumicino quando l'affare da 40 milioni di dollari era quasi concluso. L'Associated Press ha ricostruito nei dettagli la trattativa che avrebbe dovuto portare le armi alla guerriglia, arrivando a scoprire che alcuni alti funzionari del governo di Baghdad ne erano a conoscenza ma non informarono Washington, in violazione degli accordi bilaterali. Il procuratore Rizzo è alla guida dal 2005 dell'Operazione Parabellum che ha portato a smantellare un traffico di armi verso la Libia che sembra coinvolgere anche l'Iraq. La pista di Baghdad è emersa proprio dalle indagini su compagnie off-shore create a Malta e Cipro da cittadini italiani implicati nel traffico verso la Libia. Sono molti gli elementi che tingono di giallo la vicenda. Da alcune email recuperate dagli investigatori emerge che il contatto iracheno disse ai trafficanti italiani che gli Stati Uniti avevano approvato l'acquisto. Il tenente colonnello Daniel Williams, del comando della coalizione responsabile dell'addestramento degli iracheni, ha negato la circostanza, ma il dubbio basta per riproporre negli Stati Uniti le polemiche sulla carenza di controlli sulle forniture di armi all'Iraq. LaStampa
Potrebbe arrivare anche a 500 morti il bilancio delle vittime degli attentati di due giorni fa contro villaggi yazidi nei pressi di Mosul. È il timore espresso dalle autorità della provincia di Niniveh, che parlano di 200 persone ancora sotto le macerie. Intanto fonti di AsiaNews in Iraq avvertono: “L’attacco fa parte di un piano più vasto ed il prossimo bersaglio potrebbero essere i villaggi cristiani della Piana”. Quelli contro la comunità yazida di Qataniya, Adnaniya, al Jazeera e Tal Uzair sono gli attentati piùsanguinosi in Iraq dall'inizio della guerra nel 2003. Gli attacchi coordinati, che hanno coinvolto cinque veicoli bomba, hanno causato la morte di oltre 250 persone ed il ferimento di altre 350, secondo stime ufficiali provvisorie. L'esercito Usa ha detto che è troppo presto per dire chi è responsabile, ma la portata degli attacchi e l'apparente coordinamento presentano segni caratteristici della sunnita al Qaeda. Il generale statunitense Benjamin Mixon ha parlato di “atto di pulizia etnica”. Asianews
Giornata di sangue in Iraq. Secondo fonti miliatari sarebbero 175 le vittime della raffica di attentati nel nord del Paese. Duecento i feriti. Quattro kamikaze, ognuno a bordo di un’autocisterna, si sono fatti esplodere nei pressi della città di Qahataniya, 120 chilometri a ovest di Mosul. Presi di mira gli Yazidi, membri di una comunità religiosa pre-islamica, formata prevalentemente da curdi, spesso malvista dai musulmani e oggetto di discriminazioni. Gli Yazidi vivono per lo più nell' Iraq settentrionale e in Siria e nel recente passato sono stati già vittime di sanguinosi attentati. In uno degli attacchi la deflagrazione ha fatto crollare una larga sezione del ponte Sabah al Bur, a nord di Baghdad, e tre automobili che vi stavano transitando sono cadute nel fiume. Le truppe americane inatnto hanno lanciato una nuova offensiva in Iraq, con ampio uso di mezzi aerei, specialmente nelle aree del paese ritenute roccaforti dei ribelli vicini a Al Qaida. Corriere.it
Per la procura militare Usa, due degli autori della strage di Haditha non devono essere processati. Anche se hanno massacrato 24 civili innocenti in Iraq.
"I fatti del 19 novembre 2005 sono stati esaminati da cima a fondo dagli inquirenti. Un'inchiesta indipendente ha preso in considerazione tutti gli elementi, e ha concluso che le prove a disposizione non giustificano un ricorso alla corte marziale". Così parlò James Mattis, comandante di Camp Pendleton, la più grande base di marine al mondo, 130 chilometri a sud di Los Angeles, in California. I 'fatti' a cui fa riferimento Mattis sono le vite di 24 civili innocenti, massacrati da un'unità di marine Usa in Iraq, nella cittadina di Haditha, nella provincia dell'al-Anbar. Per quella strage due dei sei imputati, il caporale Justin Sharratt e il capitano Randy Stone, non saranno processati. (...)
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Alcune donne irachene fotografate attraverso lo squarcio di un parabrezza causato da un raid americano notturno a Bagdad, nella zona di Sadr City. Nell'attacco sono morte due persone mentre altre quattro sono rimaste ferite (Ap/Karim Kadim)
Rituale religioso alla moschea di Kadhimiya, roccaforte sciita a ovest di Baghdad (Reuters)
Una vecchia, in un angolo. Sola. Così alla fine del tunnel che e' impossibile aiutarla: a cosa le serve quella misera mancia? Pero', e' ancora piena di dignita' e di pudore. Non mi avvicino a fotografarla per rispetto. Gli altri invece, gli irakeni che passano, non si avvicinano perche' per loro quella donna neppure esiste. E forse questa dimenticanza degli ultimi e' l'aspetto piu' brutto di un Iraq trafitto da molti mali. Baghdad, 8 agosto 2004
"Vi è un punto che unisce gli angoli ricchi da quelli disperati del mondo: la miseria. Quella donna che hai incontrato la puoi trovare ovunque, in qualsiasi metropoli del mondo. La' dove non vi sono persone ai margini che protendono mani e chiedono elemosina è solo perchè un qualche poliziotto ha provveduto ad allontanarla dal salotto buono. So che è un paradosso, ma quella vecchia mi da un senso di normalità: cosa differenzia Karrada da corso Vercelli, o da via Nazionale? Purtroppo, nulla".
All’incirca un anno fa, il sergente americano Bryce Syverson non era altro che merce scaduta per i medici dell’ospedale psichiatrico che l’avevano in cura e che non gli consentivano neppure di allacciarsi le scarpe da solo. Ora i medici si sono ricreduti e Syverson, che pure continua a fare discorsi strani ed ha perso completamente il senso dell’orientamento, è stato rispedito in Iraq con la qualifica di “abile”. Di soldati come lui, costretti ad abbandonare cure e famiglia benché incapaci di rapportarsi alle dure condizioni della vita militare, sia in Iraq che in Afghanistan se ne contano ormai a decine. Svolgono gli stessi compiti dei compagni sani di mente, ma si abbandonano molto più spesso alla violenza contro civili inermi e non è raro che compiano atti auto-lesionistici portati all’estremo contro la loro stessa persona. Il ministero della Difesa USA ha ammesso che raramente i militari in partenza vengono sottoposti a test psichiatrici ma non sembra disposto a fare nulla per impedire che almeno i soggetti con una storia di disagio mentale vengano arruolati. Solo l’uno per cento viene rispedito in patria al manifestarsi di comportamenti anomali e violenti. Intanto, le statistiche dimostrano che il numero dei suicidi tra i soldati di stanza in Iraq ed Afghanistan ha raggiunto di nuovo livelli di guardia. Si parla di 18 morti volontarie ogni 100.000 uomini nelle zone di guerra. Nella piccola città dell’Oklahoma dove Jeffrey Hernpton, figlio e nipote di ufficiali, era nato e cresciuto, tutti sapevano che non era in condizioni di partire per il fronte e quando Hernpton è stato trovato privo di vita con accanto la pistola con la quale si era tirato un colpo alla testa, molte persone si sono colpevolizzate per non aver fatto nulla per impedirlo. Una fatica inutile, perché lo stesso comando sapeva perfettamente che Hernpton aveva dato segni di instabilità emotiva già durante l’adolescenza giungendo fino a recidersi le vene dei polsi e nonostante ciò era stato regolarmente arruolato nei ranghi della Guardia Nazionale. Altrenotizie
Il Pentagono ha perso la tracce di 190mila mitra Ak 47 e pistole consegnate alle forze irachene nel 2004 ed il 2005. E si teme che l'arsenale scomparso sia finito nelle mani degli insorti che si troverebbero così a combattere contro militari americani con armi pagate dai contribuenti statunitensi. La denuncia arriva da un rapporto del Government Accountability Office (Gao), l'organo del Congresso preposto al controllo delle spese del governo, che riporta che il dipartimento della Difesa non è in grado di localizzare il 30 per cento delle armi consegnate all'esercito di Baghdad dal 2004 all'inizio di quest'anno. Cifre, sottolinea oggi il «Washington Post», che danno un quadro ancora più allarmante di una situazione che era stata evidenziata giá negli anni scorsi, quando erano però 'appená 14mila le armi scomparse. Gli Stati Uniti hanno speso 19.2 miliardi di dollari per cercare di organizzare un esercito statunitense a partire dal 2003, si legge nel rapporto. E 2,8 miliardi sono stati destinati per l'acquisto di armi ed equipaggiamento. Ma la distribuizione agli iracheni è stata condotta in modo caotico ed affrettato senza seguire le procedure stabilite, denuncia ancora il rapporto secondo il quale i maggiori problemi si sono registrati tra il 2004 ed il 2005, quando a guidare l'addestramento vi era il generale David Petreus, ora comandante di tutte le forze in Iraq. Corriere.it
Bambina all'interno della moschea di Baghdad. Suhaib Salem - Reuters Abituati da decenni a vederli in azione al cinema, sembra quasi impossibile pensare che finora fossero solo una fantasia hollywodiana. Da qualche settimana però, senza clamore e ancora in piccolo numero, sono diventati una realtà: il Pentagono ha fatto entrare in azione in Iraq i primi robot con licenza di uccidere, che pattugliano le strade armati di potenti fucili mitragliatori M249. Al momento sono tre, non si sa in quale parte del paese si trovino, né se abbiano già aperto il fuoco contro il nemico: le informazioni che li riguardano sono classificate. Ma che i robot siano operativi non ci sono dubbi. Il ministero della Difesa americano ha confermato alla rivista specializzata National Defense Magazine di aver dato il via libera di recente agli SWORDS, come sono stati battezzati i piccoli killer (l'acronomimo sintetizza il lungo nome ufficiale, 'Special Weapons Observation Remote reconnaissance Direct action System'). I robot sono simili ai modelli già in uso da anni per missioni di osservazione o come artificieri. Centinaia di macchine del genere, di ogni dimensione, vengono utilizzate dai militari americani per dare la caccia a ordigni nascosti ai bordi delle strade o per disinnescare bombe. Gli SWORDS però sono armati e un sofisticato sistema di telecamere permette di manovrarli a distanza senza perdere di vista alcun dettaglio. Un militare addestrato nel loro uso li può guidare attraverso i comandi contenuti in una speciale valigetta con monitor incorporato. L'idea è quella di piazzare il soldato in una zona sicura e mandare il robot a caccia di cecchini in luoghi dove c'é il rischio di agguati. I robot sono arrivati in Iraq lo scorso aprile, dopo tre anni di test in un centro di ricerche dell'U.S. Army a Picatinny Arsenal, in New Jersey. Ansa.it
"Uccidere persone è come schiacciare una formica: tu uccidi uno e poi dici 'Bene, adesso andiamo a mangiare una pizza' ". Così aveva raccontato a un giornalista Steven Green, uno dei cinque militari Usa che il 12 marzo 2006 a Mahmudiya, in Iraq, stuprarono una ragazzina di 14 anni e poi la uccisero dopo averle sterminato la famiglia. Green - già congedato al momento dell'incriminazione - sarà processato da un tribunale federale (non militare) nel Kentucky, e rischia la pena di morte; mentre gli altri quattro, che sono ancora nell'esercito, uno dopo l'altro stanno affrontando il verdetto dei tribunali militari. In serata è stata pronunciata la terza sentenza da una Corte marziale a Fort Campbell, in Kentucky. Il soldato Jesse Spielman, 22 anni, è stato condannato a 110 anni di reclusione, con possibilità di liberazione condizionata. Venerdì era stato riconosciuto colpevole di aver pianificato a sangue freddo con gli altri membri della sua unità lo stupro della ragazza, lo sterminio della sua famiglia e il successivo incendio con il quale avevano cercato di nascondere il crimine. Due suoi commilitoni erano già stati condannati, uno nel novembre 2006 e uno nel febbraio di quest'anno: a 90 anni di carcere il 24enne James Barker; a 100 anni Paul Cortez, sergente, anche lui di 24 anni. Bryan Howard, 19 anni, deve ancora comparire di fronte a una Corte marziale. Corriere.it
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