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Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
![]() PINO SCACCIA Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. pinoscaccia@gmail.com |
Il caso Blackwater mette di nuovo sotto pressione le autorità americane. Gli investigatori del Bureau of diplomatic security, braccio investigativo del Dipartimento di stato, avrebbero promesso agli addetti alla sicurezza della Blackwater l’immunità nell’ambito dell’inchiesta che dovrebbe accertare il loro ruolo nella sparatoria avvenuta il 16 settembre scorso in Iraq: secondo diversi testimoni, gli agenti avrebbero aperto il fuoco contro un convoglio alle porte di Baghdad senza essere stati provocati e fatto 17 vittime fra i civili iracheni. L’annuncio dell’accordo, che mirerebbe a coprire le responsabilità dei fornitori americani, ha provocato le immediate proteste del governo iracheno, che ha risposto con una sua proposta di legge per eliminare la “licenza di uccidere” delle agenzia civili di sicurezza straniere: “Il consiglio dei ministri ha varato un provvedimento che pone le agenzie non irachene e i loro dipendenti sotto la legge vigente in Iraq”, ha dichiarato Ali al-Dabbagh, portavoce del governo. La legge dovrebbe riguardare circa 180 agenzie di sicurezza americane ed europee, cui fanno capo fra i 25mila e i 48mila dipendenti. Ma è lo stesso Dipartimento di Stato a trovarsi in difficoltà di fronte alla scelta dei propri investigatori: il Bureau of diplomatic security non avrebbe l’autorità per concedere questa esenzione, il cui status legale non è stato del tutto chiarito. Si tratterebbe in realtà di un’immunità limitata: le guardie non dovrebbero essere perseguite per le dichiarazioni rilasciate nell’ambito dell’inchiesta, a patto che esse corrispondano al vero.
Polizia irakena a Kerbala Almeno venticinque poliziotti sono morti in un attentato suicida contro il quartier generale della polizia a Baquba, vicino a Baghdad. Almeno altre 17 persone sono rimaste ferite nell'attentato, compiuto da un kamikaze che si è introdotto nel quartier generale della polizia in bicicletta prima di farsi esplodere, secondo quanto riferito dal portavoce della polizia della città, Khudair al-Timini. Il bilancio di almeno 25 morti è stato confermato da fonti ospedaliere. La città di Baquba sorge a 65 chilometri a nord di Baghdad.
Nei giorni scorsi si è molto discusso dell'attività dei contractors statunitensi in Iraq, molti dei quali sono impegnati - come gli uomini della Blackwater - nella sicurezza. Il Dipartimento di Stato Usa, però, impiega i contractors anche in altri ambiti, ad esempio quello di formare le forze di polizia irachene, un compito indispensabile per qualunque ipotesi di gestione futura della sicurezza nel Paese. Ieri l'organismo di controllo del governo statunitense, il Diplomatic Security Bureau, ha rivelato che il Dipartimento di Stato non è in grado di documentare come sia stato speso il miliardo di dollari pagato alla compagnia privata Dyn Corp International per addestrare la polizia irachena. Negli ultimi quattro anni le spese del dipartimento di Stato per finanziare gli interventi delle società private di sicurezza al fianco delle forze armate statunitensi sono passate da uno a 4 miliardi all’anno: a fronte di questo ingente aumento nella spesa, il ministero ha incaricato solo pochissimi nuovi ufficiali di monitorare sull’operato degli appaltatori. Col tempo, l'utilizzo dei contractors si è esteso ben oltre le aspettative dei militari. PeaceReporter
Il movimento di Muqtada al Sadr ha esortato oggi i suoi sostenitori ad abbandonare le armi in tutto l'Iraq. Lo riferisce l'agenzia di stampa irachena indipendente Aswat al Iraq, citando un comunicato diffuso dal comitato politico del gruppo. "Abbiamo dato strette istruzioni all'Esercito del Mahdi perché rifiuti tutte le manifestazioni armate, e non utilizzi le armi né vi faccia ricorso, qualunque siano le cause e le circostanze, anche nel caso in cui esistano necessità di autodifesa", si legge nella nota. "Chiediamo ai nostri fratelli dell'Esercito del Mahdi di rispettare alla lettera le istruzioni della nostra leadership". Nel comunicato si dice inoltre che i membri del movimento di Sadr sono determinati a non lasciare nulla di intentato per fermare il bagno di sangue in Iraq, e sono desiderosi e pronti ad aprire canali di comunicazione diretti con tutte le forze "di governo, popolari, e islamiche" per forgiare un patto in tal senso. OsservatorioIraq
Una vecchia guida turistica del Medio Oriente pubblicata dalla Lonely Planet, è il testo su cui gli Usa hanno basato (e basano) i piani per la ricostruzione del Paese. La scioccante rivelazione è stata fatta dall'ex ambasciatore Usa Barbara Bodine, che faceva parte della task-force incaricata di pianificare il dopoguerra, nel corso dell'inchiesta della Bbc 'No plan, no peace', che va in onda stasera. Dunque l'accusa spesso mossa all'amministrazione Bush, anche da suoi ex membri, trova ora una clamorosa conferma: gli Stati Uniti andarono alla guerra contro Saddam senza la più pallida idea su come poter ricostruire il Paese dopo il conflitto. Non solo, ma la stessa conoscenza dell'Iraq, era di fatto inesistente, basata su una guida della Lonely Planet, per giunta vecchia, del 1994. "E' un'ottima guida. Ma non dovrebbe essere la base di un'occupazione", dice ora candidamente al Sunday Mirror, l'ex ambasciatore Usa Barbara Bodine, una delle 170 persone che avevano il compito di coordinare la ricostruzione del dopo guerra. E spiega che nessuno aveva informazioni su quel che si doveva fare, così lei e i suoi colleghi ricorsero alla guida. Repubblica.it
Il Tribunale penale supremo iracheno ha respinto l’appello presentato da ‘Ali Hassan al-Majid, Sultan Hashim Ahmad al-Ta’i e Hussain Rashid al-Tikriti, tre ex alti funzionari del governo di Saddam Hussain, condannati a morte per l’uccisione di circa 180.000 curdi iracheni durante la cosiddetta campagna “Anfal” (Bottino) del 1988. Secondo lo statuto del Tribunale, la condanna a morte deve essere eseguita entro 30 giorni dalla sentenza e non è possibile per i condannati ricevere la grazia dal presidente.Il processo, aperto nell’agosto 2006 e terminato nel giugno 2007 con la triplice condanna a morte, è stato caratterizzato da interferenze politiche ed è stato ampiamente criticato per non aver rispettato gli standard internazionali di un equo processo. Dal 2004, anno in cui è stata reintrodotta la pena capitale in Iraq, sono state condannate a morte numerose decine di persone: solo nel 2006 sono state portate a termine circa 65 esecuzioni, molte delle quali a seguito di processi iniqui. Secondo la legge irachena, i condannati a morte possono chiedere la grazia presidenziale, ad eccezione di coloro che sono stati processati dal Sict. Amnesty International chiede alle autorità irachene di commutare la condanna a morte inflitta ad ‘Ali Hassan al-Majid, Sultan Hashim Ahmad al-Ta’i e Hussain Rashid al-Tikriti e di intraprendere le azioni necessarie al fine di abolire la pena di morte nella legislazione e nella pratica. I tre uomini si trovano attualmente sotto custodia statunitense. Amnesty International chiede alle autorità Usa di non consegnarli a quelle irachene: in caso contrario rischierebbero di essere immediatamente messi a morte. Firma on line questo appello
La band "Acrassicauda" è la protagonista di un film-documentario presentato al festival di Toronto. Una storia di musicisti costretti a scappare. Il documentario è stato un successo di pubblico e di critica. Ma ora ai protagonisti, che si erano rifugiati in Siria, è scaduto il visto e dovranno tornarsene in Iraq. Finora le loro richieste di asilo politico sono state rifiutate. New York - Mario Lozano “Si, sono contento. Adesso gli italiani conoscono la verità, anche se io continuo a vivere con gli incubi” - Adesso lei vorrebbe andare in Italia, non teme più per la sua vita? “ Ci penso sempre, ma se io conosco la verità perché dovrei avere paura? Sono soltanto uno del Bronx che è stato spedito in Iraq per eseguire degli ordini” Adesso se la sente di chiedere scusa o magari perdono alla vedova Calipari? “ Non so se posso chiedere scusa. Io stavo soltanto facendo il mio lavoro e quella situazione non mi ha lasciato altra scelta. Lei deve capirmi, anche suo marito, nella mia posizione, avrebbe fatto la stessa cosa che ho fatto io". - In Italia molti ritengono che questo sia un verdetto ingiusto e che ha vinto l’arroganza americana. Lei come risponde? “ Io non la chiamerei arroganza, il terrorismo è una cosa seria. Dobbiamo fare qualcosa per fermarlo. Non ha perso l’Italia, non ha vinto l’America. Ha vinto la verità” E' stato solo un incidente. La colpa è tutta della Sgrena. Se non fosse andata a parlare con quei terroristi non sarebbe stata rapita. Non è colpa degli americani o del governo italiano ma della Sgrena."Giuliana Sgrena: “Mario Lozano non ha capito cosa è successo in Italia. Mario Lozano non è stato prosciolto. Il processo ha subito una battuta d’arresto per la sentenza della Corte d’Assise, ma questa sentenza, che rileva una carenza di giurisdizione, viene ritenuta un grave errore giudiziario anche da un costituzionalista come Cassese che ha presieduto il Tribunale Internazionale dell’Aja, quindi noi ricorreremo in Cassazione e speriamo che questa sentenza venga annullata. In questo speriamo anche di avere l’appoggio delle istituzioni, come il presidente Napoltano che oggi ha telefonato alla signora Calipari". Tg1 E per fortuna non va in Afghanistan
È fallito il negoziato «in extremis» turco-iracheno per evitare l'occupazione militare del Nord Iraq, ma i militari di Ankara, per bocca del capo di stato maggiore delle forze armate turche, generale Yashar Buyukanit, hanno dichiarato che aspetteranno l'incontro del premier Tayyip Erdogan con il presidente americano George W. Bush, in programma a Washington il 5 novembre, prima di muoversi oltreconfine contro i ribelli del Pkk. Dopo l'uccisione giovedì di 30 ribelli curdi oggi l'artiglieria turca oggi ha bombardato all'alba e nel primo pomeriggio le postazioni dei ribeli del Pkk nel territorio nord-iracheno al confine con la Turchia, apparentemente senza causare vittime. Lo ha riferito l'agenzia irachena Nina citando fonti curde, secondo cui in particolare sono stare bersagliate le zone nei pressi di Zakho e un villaggio nella zona di Barwari, a pochi chilometri dal confine. Il Messaggero
Soldati turchi in pattuglia al confine iracheno Migliaia di bombe all'uranio impoverito sono state usate dalle forze americane nelle guerre in Iraq e Afghanistan. Una tipica bomba da bunker contiene 1.5 tonnellate di uranio impoverito. Tutte le armi usate dalle forze aeree americane contenevano uranio impoverito. La bomba BLU.82Daisy Cutter pesa 15mila libbre (circa 7 tonnellate) e produce una devastazione su un raggio di oltre 600 metri. Nell'agosto del 2003 Scott Peterson del Christian Science Monitor ha usato un contatore Geiger per misurare diversi siti a Baghdad su cui erano state usate le bombe da bunker ad uranio. Sono state rilevate letture di radiazioni da 1000 a 1900 volte più alte della norma. Dopo la guerra del Golfo del 1991, i casi di difetti di nascita e leucemia sono enormemente aumentati nelle aree vicino Bassora dove erano state usate tali bombe. Nel 2003 il dipartimento della difesa americano ha ammesso che oltre 200mila veterani della guerra del Golfo hanno richiesto compensazione per morte, malattia o altre afflizioni. Raqqash
Sulla vicenda dell'uccisione di Nicola Calipari, lo scorso il 4 marzo 2005 a Bagdad, la terza corte d'assise di Roma ha dichiarato il difetto di giurisdizione e disposto il non luogo a procedere per Mario Lozano, l'ex soldato Usa che fece fuoco contro l'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi con la giornalista del «Manifesto» Giuliana Sgrena appena liberata dopo il sequestro. Carenza di giurisdizione è il motivo della decisione. La decisione è stata presa dal collegio presieduto da Angelo Gargani dopo una camera di consiglio durata più di due ore. Il pronunciamento della Corte ha quindi posto fine al processo a Lozano, mai comparso davanti all'autorità giudiziaria italiana, per omicidio volontario. «Penso che questa decisione sia incredibile e che sia ancora una volta l’accettazione dell’arroganza degli Stati uniti». E’ stato questo il commento a caldo di Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto, pochi minuti dopo la lettura della sentenza. La decisione, ha spiegato la giornalista rapita per un mese a Baghdad, dà ragione agli Usa «che non volevano questo processo e hanno fatto di tutto per impedirlo». Si tratta anche di «una rinuncia alla ricerca della verità sull’omicidio di Calipari e su quello che è successo quella notte a Baghdad. Di fatto - ha conlcuso la Sgrena - l’Italia rinuncia alla sua sovranità attraverso questa sentenza". Quella notte a Baghdad
Ragazzo su un mulo al confine turco-iracheno
Mani sporche di sangue e slogan pacifisti hanno accolto il segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, al suo arrivo al Congresso, a Washington, dove ha tenuto un intervento sulla situazione in Iraq, Iran e sul conflitto mediorientale. La dimostrante è stata subito allontanata ... gentilmente dalle forze di sicurezza dall'aula della Commissione esteri della Camera dove il segretario di stato ha parlato dei maggiori problemi internazionali, definendo la politica dell'Iran "forse la maggiore sfida" alla sicurezza degli Stati Uniti. La sequenza Reporters sans frontières chiede alle autorità irachene di creare urgentemente un programma di protezione per i professionisti dell'informazione. Un corrispondente della televisione pubblica Al-Irakiya a Diyala è stato recentemente minacciato di morte da un gruppo armato locale e almeno sei professionisti dell'informazione sono stati uccisi in questa provincia a nord-est di Baghdad. "E' fondamentale che le autorità cerchino almeno di garantire l'incolumità e la sicurezza dei giornalisti. Se nulla verrà fatto, un numero crescente di professionisti dei media iracheni saranno costretti a lasciare il Paese o cambiare mestiere. Il pluralismo dell'informazione, conquistato così dolorosamente in Iraq, è di nuovo in pericolo", ha dichiarato l'organizzazione. "La creazione di un programma di protezione, per i giornalisti che scelgono di avvalersi del sostegno delle autorità, potrebbe dissuadere i gruppi armati e limitare il numero dei loro attacchi. Delle ronde di sorveglianza, dei contatti telefonici regolari con i media o la protezione di agenti di scorta rappresentano alcune delle soluzioni in grado di rassicurare i giornalisti iracheni ed aiutarli ad uscire dalla clandestinità alla quale sono spesso condannati", ha precisatoReporters sans frontières. Secondo quanto riferisce l'Associazione irachena per la difesa dei diritti dei giornalisti, il gruppo armato "La Nazione islamica irachena" ha affisso, lo scorso 20 ottobre, sui muri delle moschee e di vari edifici centrali, dei manifesti su Mohammed Ali (con una sua foto), corrispondente della televisione pubblica Al-Irakiya nella provincia di Diyala, descrivendolo come un "infedele" e un "criminale". Il gruppo offre una ricompensa di 10 000 dollari a chi lo ucciderà o permetterà loro di ritrovare il giornalista vivo. Secondo l'organizzazione irachena, Mohammad Ali ha provocato la collera dei militanti della Nazione islamica irachena per aver denunciato a più riprese i loro crimini nei suoi reportage. Almeno sei giornalisti sono stati uccisi nella provincia di Diyala dall'inizio del conflitto nel mese di marzo 2003. La situazione della sicurezza è notevolmente peggiorata, in particolare a causa della presenza di un numero crescente di milizie armate che sono state allontanate dalla capitale dalle forze irachene e americane. Il 20 ottobre 2007, all'alba, un gruppo di persone ha appiccato il fuoco alla redazione del quotidiano Achrakat Al-Sadr, organo di stampa del movimento sadrista, situata nella periferia Al Baladiyat, a est di Baghdad.
Seul: contro il governo, 'no' alle truppe in Iraq. |