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Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
![]() PINO SCACCIA Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. pinoscaccia@gmail.com |
(...) L’intera Baghdad è zona rossa, cioè a rischio autobomba o agguati militari o rapimento per giornalisti o funzionari occidentali. La zona verde, quella delle ambasciate, delle basi americane, dei due bar per truppe Usa, della sede ONU e del sopravvissuto Hotel Al Rasheed, è in realtà un fortino di poche miglia quadrate, controllato da autoblindo armate ed elicotteri, con check-point da 3-4 controlli e lunghi anche 500 metri,nei quali i mitra sono sempre con il colpo in canna, in questo momento controllati da soldati “mercenari” peruviani oppure iracheni sempre molto nervosi e sospettosi, soprattutto la sera e di notte. Quindi gli iracheni sono tutti, o quasi, nelle zone a rischio, noi atterriamo con l’elicottero in una zona che si attraversa da una parte all’altra in pochi minuti, con strade semivuote e poche abitazioni dove la gente vive quasi con vergogna perché è additata come possibile “collaborazionista”. (...) Articolo21
Diciannove blocchi d'acciaio che si ergono nel parco Schuster, vicino alla Basilica San Paolo, a memoria degli italiani caduti a Nassirya il 19 novembre del 2003. Il monumento, denominato la "Foresta d'acciaio" è stato inaugurato questa mattina a Roma. Ansa.it
Un raid aereo degli Usa e delle forze alleate su Bassora ha ucciso almeno otto civili: lì da giorni infuriano i combattimenti tra le truppe governative e i guerriglieri sciiti. Le bombe sono state sganciate sul quartiere di al-Baath, danneggiando anche diversi edifici. Si teme che sotto le macerie possano esser rimaste intrappolate altre vittime. Due bombe di precisione sono state lanciate contro una roccoforte dei miliziani sempre nell'area di Bassora. Le forze della coalizione erano già entrate nei combattimenti la notte di venerdì bombardando dall'alto le posizioni dei ribelli. Anche a terra gli scontri non si fermano ed è di oltre 280 morti il bilancio complessivo provvisorio dei combattimenti che per il quinto giorno consecutivo si susseguono in varie città irachene. Corriere.it Video
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I violenti scontri tra forze di sicurezza irachene e militari Usa da un lato e miliziani sciiti dall'altro ha portato le autorità del Paese a prendere una decisione drastica: coprifuoco di tre giorni nella capitale. Vietata la circolazione di persone e veicoli, salvo autorizzazioni specifiche, dalle 23 di giovedì (le 21 italiane) alle 5 di domenica (le 3 italiane). «Vogliamo proteggere i civili» ha detto il generale Qassim Mussawi, portavoce delle forze di sicurezza irachene.
Vacilla pesantemente il precario equilibrio nel Sud petrolifero dell'Iraq: le forze irachene, col sostegno di elicotteri e aerei americani, hanno dato all'alba di oggi battaglia alle milizie sciite che spadroneggiano nella città di Bassora, ma allo stesso tempo, il leader sciita Moqtada Sadr ha reagito promuovendo a Baghdad una serie di manifestazioni e minacciando una "rivolta civile". Nelle stesse ore, per la prima volta dal 21 ottobre scorso, scontri si sono avuti tra le forze Usa e miliziani sciiti anche a Baghdad nel grande sobborgo di Sadr City, roccaforte dei miliziani sadristi, che ha circa due milioni di abitanti. "E' una vera guerra. Si sentono esplosioni multiple e raffiche di armi automatiche, in gran parte della città", hanno raccontato abitanti di Bassora raggiunti telefonicamente, mentre rimangono confinati in casa dopo che la notte scorsa è stato decretato il coprifuoco. Nel timore di un effetto a catena, le autorità hanno poi imposto il coprifuoco anche ad altre città meridionali a grande maggioranza sciita: Nassiriya, Hilla, Samawa e anche a Kut, dove pure si registrano scontri. Ansa.it
"Gli elevati costi in termini di vite umane", di cui aveva parlato pochi giorni fa George W. Bush, sono oggi una cifra a tre zeri. Con i quattro caduti di ieri sera a Bagdad sono 4mila i militari Usa morti in Iraq. A cinque anni dall'inizio del conflitto, Bush si era detto convinto che gli Usa stessero vincendo la partita, ma le cifre dicono che il prezzo che stanno pagando è altissimo. In base ai calcoli di Usa Today, il più diffuso quotidiano degli Stati Uniti, il 98% delle vittime sono uomini, tre quarti dei quali bianchi non ispanici di una età media di 21 anni. Il 52% delle vittime è morto ucciso da una bomba, il 16% da un'arma da fuoco. Il giorno più letale è stato il 26 gennaio 2005, quando un elicottero si è schiantato al suolo, uccidendo 31 militari. Lo stesso giorno sei altri militari sono morti combattendo. Il mese più cruento è stato novembre 2004, con 147 vittime in tutto. Che la situazione sia tutt'altro che rosea lo dimostra anche "l'invisibilità" che circonda i caduti Usa. Le operazioni di rimpatrio delle salme avvengono quasi sempre con grandissima discrezione. Fino a pochi mesi fa era addirittura proibito fotografare le bare. Dopo le proteste dei media le cose sono cambiate ma le foto rimangono molto rare. Repubblica.it Nuove minacce da al Qaeda
Cinque anni fa. Era il 20 marzo del 2003. Con una immensa bugia mediatica che affermava come l'Iraq si stesse per dotare di armi di distruzioni di massa, cominciava una guerra che, a distanza di cinque anni, sembra essere divenuta il Vietnam del XXIesimo secolo. Un finto dossier che parlava di traffico di uranio dal Niger con destinazione Baghdad provocava una guerra che si proponeva di esportare la democrazia. Ricordiamo, a distanza di cinque anni, quella bugia mediatica che coinvolse anche l'Italia, riproponendo un articolo di Ferdinando Imposimato. Tutto cominciava nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003 iniziava la guerra in Iraq. Il 9 aprile cadeva Bagdad e Saddam Hussein si dileguava. Il primo maggio dello stesso anno il presidente americano George W. Bush in visita sulla portaerei «Lincoln» dichiarava «Missione compiuta» (i morti americani sono intanto arrivati a più di 3000, i feriti a più di 23.600, e la popolarità di Bush è scesa a livelli mai toccati da un presidente). Secondo fonti indipendenti i caduti iracheni sono tra 33.679 e 37.795. Il conflitto iniziò alle 5,35 del 20 marzo (le 3,35 in Italia del 20 marzo) con il lancio di circa 40 missili Tomahawk, che distrussero obiettivi a Bagdad. Ma già prima di mezzanotte gli americani tentarono di far fuori Saddam con un colpo a sorpresa contro un'abitazione che una spia aveva data per occupata dal rais iracheno. Ma Saddam se ne era andato poco prima. Articolo21 Doppio attacco alla blindatissima Zona verde con razzi e mortai. Sette morti e sedici feriti durante una cerimonia religiosa in un distretto della capitale irachena. Altri dieci vittime a Mosul, vittime di un camion-bomba. E' il bilancio della mattinata in terra irachena, entrata da pochi giorni nel sesto anno dall'inizio della guerra e dalla fine della dittatura di Saddam Hussein. In tutto le vittime di oggi in Iraq sono state almeno sessanta. Repubblica.it
Neanche di notte Baghdad sembra una città normale. Spente le insegne, svuotate le strade, pochi soldati rimasti a pattugliare i check point, sono le luci a raccontare la storia della capitale irachena. In molte zone quasi non si vedono: la notte è buia come quelle africane. In altre il rumore delle migliaia di generatori è un sottofondo costante, piccolo scotto da pagare, per chi se lo può permettere, per avere radio e televisione accesa. La luce, quella per tutti, a Bagdad manca dal 20 marzo del 2003, quando i primi missili americani cominciarono a colpire la città, segnando l'inizio della guerra. Oggi l'unico punto dove l'elettricità non manca mai è la Zona Verde, che con le ambasciate, la sede del governo e il parlamento illuminati a giorno 24 ore su 24, ricorda a tutti dove sta il potere in Iraq. Sono passati cinque anni esatti dalla notte in cui quel primo missile colpì Bagdad e l'incubo, per l'Iraq, è tutt'altro che finito. A capirlo ci vuole poco. Nelle vie della capitale, come nel resto del paese, i soldati americani si spostano armati fino ai denti anche per tragitti minimi. I convogli delle compagnie private di sicurezza percorrono le strade a tutta velocità, spesso con le armi che vengono fuori dai finestrini: la gente appena li vede arrivare accosta per non essere travolta. Repubblica.it
«Un successo incontestabile». A cinque anni dall'inizio della guerra George W. Bush ha definito così la nuova strategia adottata in Iraq. In un discorso al Pentagono il presidente Usa ha cantato vittoria ma ha anche ammesso che «la battaglia in Iraq è stata più lunga, più dura e più costosa del previsto». In occasione di un anniversario che ha visto tornare nelle piazze americane i dimostranti pacifisti e che vede il bilancio dei morti Usa nel conflitto vicino a quota quattromila, Bush ha ribadito che «rimuovere Saddam Hussein dal potere era la cosa giusta da fare» e che gli Stati Uniti «possono e debbono vincere la guerra in Iraq». L'anniversario cade in un momento in cui l'America è più interessata ai problemi economici e alla battaglia in corso per la scelta del successore di Bush alla Casa Bianca. E se i due candidati democratici Barack Obama e Hillary Clinton hanno promesso di cambiare la strategia americana se saranno eletti, il candidato repubblicano John McCain ha invece elogiato la strategia di Bush. Corriere.it
Numerose le vittime dell'attentato suicida avvenuto in un mercato a Baladrouz, capoluogo della provincia irachena di Dyala. Una donna, con indosso una cintura esplosiva, si e' fatta saltare in aria tra la folla che faceva spese, ha riferito il capo della polizia locale, Radi. "La deflagrazione ha provocato perdite di vite umane che non si e' potuto ancora censire", ha detto Radi.
Dopo aver trascorso 521 giorni in carcere, Lynndie England, la soldatessa statunitense simbolo di Abu Ghraib, ritratta nelle foto delle torture ai prigionieri iracheni che hanno fatto il giro del mondo, è tornata in libertà. Dimostrando subito, con un'intervista aStern (il settimanale tedesco sarà in edicola mercoledì, ma la versione online è già disponibile) di voler dire la sua senza usare mezzi termini nei confronti dell'Amministrazione statunitense. Nell'intervista la soldatessa Lynndie sostiene che l'allora segretario alla Difesa, quel Donald Rumsfeld che la definì una «mela marcia» assieme a George W. Bush, «sapeva quel che accadeva» nella prigione dello scandalo. Rumsfeld, afferma la England, «era stato nella prigione quando io ero lì. E se c'era stato non poteva non sapere. E Bush? Lui è il capo». Tra silenzi, singhiozzi e qualche reticenza, Lynddie England, che nella lunga intervista punta il dito anche sull’uso delle foto-scandalo da parte dei media, spiega di sentirsi adesso «una marionetta nella mani del Governo» e rinnova il suo «dispiacere» per le torture. Corriere.it
"Mi fa ricordare l'Iraq sotto Saddam", mi diceva la settimana scorsa con rabbia un oppositore battagliero di Saddam Hussein, mentre guardava alcuni soldati iracheni con il berretto rosso chiudere una parte del centro di Baghdad in modo che il convoglio di Nuri al-Maliki, il primo ministro iracheno, potesse brevemente avventurarsi in città. Cinque anni dopo l’invasione dell’Iraq, il governo statunitense e quello iracheno sostengono che il Paese sta diventando un posto meno pericoloso, ma le misure prese per proteggere Maliki raccontavano una storia diversa. In un primo momento, soldati che brandivano dei fucili hanno sgombrato tutto il traffico dalle strade. Poi, quattro auto nere blindate, ognuna delle quali aveva sul tetto tre uomini armati di mitragliatrice, sono uscite correndo dalla Green Zone attraverso una uscita super fortificata, seguite da Humvee americani color sabbia e altre macchine blindate. Infine, nel mezzo del convoglio che andava a tutta velocità, abbiamo visto sei veicoli identici a prova di proiettile con i vetri oscurati, in uno dei quali doveva esserci Maliki. Le precauzioni non erano eccessive, dato che Baghdad rimane la città più pericolosa al mondo. Il primo ministro iracheno stava andando solo al quartier generale del partito Da’wa, al quale appartiene, e che si trova solo a poco meno di un chilometro fuori dalla Green Zone, ma le centinaia di addetti alla sua sicurezza si comportavano come se stessero entrando in territorio nemico. Cinque anni di occupazione hanno distrutto l’Iraq come Paese. Oggi Baghdad è un insieme di ghetti sunniti e sciiti ostili divisi da alti muri in cemento. Distretti diversi hanno bandiere nazionali diverse. Le zone sunnite usano la vecchia bandiera irachena con le tre stelle del partito Ba’ath, e quelle sciite sventolano una versione più recente, adottata dal governo sciita-kurdo. I kurdi hanno la loro bandiera. Il governo iracheno cerca di dare l’impressione che stia tornando la normalità. Ai giornalisti iracheni viene detto di non fare cenno del fatto che la violenza continua. Quando una bomba è esplosa nel distretto di Karrada, vicino al mio hotel, uccidendo 70 persone, i poliziotti hanno picchiato e cacciato via un operatore televisivo che stava cercando di riprendere le immagini della devastazione. Patrick Cockburn Osservatorioiraq
Qualcuno si era illuso. L'accordo del generale Petraus con quelli che una volta erano i nemici (insomma i terroristi trasformati in contractors) aveva convinto l'opinione pubblica americana che finalmente in Iraq era stata trovata la strada giusta. La morte del monsignor Faraj Rahhao, rapito all'uscita dalla chiesa a Mosul, ha fatto improvvisamente tornare tutti i vecchi fantasmi. Del resto, la situazione è ancora drammaticamente critica. Dopo una breve pausa, gli attentati sono tornati quotidiani con decine di morti raggiungendo ormai la spaventosa cifra complessiva di centomila vittime dall'inizio del conflitto. Così acquista grande valore negli Stati Uniti il rapporto del Pentagono che smentisce Bush smontando uno dei punti cardine dell'intervento in Iraq. "Non c'erano legami fra al Qaeda e Saddam". Insomma, la conferma di una guerra sbagliata.
È stato trovato morto mons. Faraj Rahho, il vescovo caldeo rapito a Mosul lo scorso 29 febbraio. Lo ha detto mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Bagdad. «Lo abbiamo ritrovato privo di vita nei dintorni di Mosul. I rapitori lo avevano sepolto», ha riferito alla agenzia Sir della Conferenza episcopale italiana. Mons. Rahho era stato sequestrato all'uscita dalla chiesa del Santo Spirito nella città irachena del nord e le tre persone che erano con lui erano state uccise. Sembrava che nei giorni scorsi si fossero avviate trattative con i rapitori per il rilascio del religioso. Anche Benedetto XVI aveva rivolto un appello per la sua liberazione.
Non c’è la «pistola fumante», la prova provata dei rapporti tra Saddam Hussein e Al Qaeda. Questa la conclusione di un rapporto riservato redatto dal Pentagono. Un verdetto già espresso da esperti civili, ma che questa volta porta il sigillo dell’establishment militare americano. E, infatti, il rapporto che doveva essere presentato e diffuso, è stato di fatto semi-nascosto su decisione dell'amministrazione. Chi lo desidera deve farne richiesta ufficiale e lo riceverà via posta. Sui siti è circolata solo una breve versione, di poche pagine. I ricercatori del Pentagono sono arrivati alla conclusione dopo aver esaminato 600 mila documenti ufficiali iracheni, confiscati dopo l’invasione del 2003, ed aver interrogato i funzionari del deposto regime. Dunque un lungo lavoro di scavo, durato mesi. Secondo il dossier Saddam ha sostenuto il terrorismo di stato, ha intrecciato rapporti con formazioni radicali palestinesi, ma ha diretto le azioni eversive non contro gli Stati Uniti. L’obiettivo era rappresentato dai dissidenti iracheni. Inoltre, tra il 1999 e il 2000, il regime ha sviluppato un programma per lo sviluppo, la costruzione e l’addestramento all’uso di autobomba e cinture per attentatori suicidi. Tecniche poi adottate dai ribelli per contrastare la presenza americana. Lo studio del Pentagono contraddice una delle “ragioni” presentate da Bush per giustificare la guerra: la collusione tra i qaedisti e la dittatura di Saddam. Prima dell’invasione la presenza di terroristi islamisti era limitata alla fazione Al Ansar e agli uomini di Al Zarkawi attestatisi in alcune basi nel Kurdistan. E’ dopo la caduta di Bagdad che i seguaci di Osama hanno scatenato la loro offensiva. Al Zarkawi si è spostato nell’area sunnita e dall’estero sono arrivati centinaia di volontari. Corriere.it
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