Baghdad Cafè
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Racconti dal nuovo Iraq
Utente: scaccia
PINO SCACCIA

Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno,
non diremo mai la verità

La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori.

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Numero totale di vittime dall'inizio della guerra in Iraq (19 marzo 2003): 97.563
(Dati aggiornati al
23 giugno 2008)
Iracheni 92.883
Soldati Usa 4.106
Soldati altre nazionalità 315
Fonte Iraqibodycount

Giornalisti uccisi dall'inizio della guerra 264
Uccisi da "fuoco amico": 19
Giornalisti uccisi quest'anno 10

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E’ il mio primo giorno a Baghdad. Non ho ancora idee precise su cosa ho trovato. Sono frastornato dal gran caldo e dal sonno. Sotto il mio albergo, che sta proprio attaccato al “Palestine”, ci sono due carri armati e i bambini che giocano insieme ai marines. Però i colleghi mi dicono che sparano spesso nella strada accanto e ieri hanno assaltato la casa vicina. Sparano anche ai marines. Dunque, una situazione ancora molto complessa. Davanti alla finestra ho il Tigri e il verde che circonda il fiume e’ gia’ un conforto in una città che, per quel che ho visto finora, di magnificenza ha solo il ricordo.
Baghdad, 26 aprile 2003
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giovedì, luglio 31, 2008, 21:05

Che strano paese gli Usa, patria dei diritti civili e delle battaglie per i diritti umani, oltre che della contro-cultura, della beat generation, di Martin Luther King, di Malcom X , di Mumia Abu Jamal, e per i diritti  dei gay  e non solo patria di bigotti e conservatori, come testimonia questa notizia.

Bufera mediatica negli Usa sull'eredità morale del maggiore Alan Rogers, (  foto in basso  a  destra  )  il militare di carriera morto il 27 gennaio in Iraq dopo essere saltato in aria su una mina mentre era in servizio di pattuglia a Baghdad. Per il Pentagono è un eroe, un patriota modello, per gli attivisti omosessuali è invece il primo soldato gay a morire in guerra, un simbolo contro l'omofobia nell'esercito.Del caso in America se ne sono occupati tutte le testate più importanti. Secondo il prestigioso settimanale "New Yorker", la vicenda potrebbe cancellare definitivamente la politica di "non chiedere per non dire" varata dall'amministrazione Clinton negli anni '90 per i militari gay in divisa. Ma non tutti la pensano a questo modo. Sull'apertura ufficiale delle porte dell'esercito ai gay, osteggiata dal Pentagono e da McCain e fortemente voluta da Obama, l'opinione pubblica è divisa e negli Usa la questione tiene banco.Dopo la morte in Iraq, il maggiore Alan Rogers fu sepolto con tutti gli onori del caso e definito come "un ufficiale di grandissimo talento". In quell'occasione nessuno menzionò invece il suo orientamento sessuale, che il soldato, in osservanza delle regole non scritte della caserma, non confidò mai ai suoi commilitoni. Nel dare la notizia della tragica scomparsa in Iraq, anche il Washington Post e la National Public Radio sorvolarono sull'omosessualità del militare, concentrando la loro attenzione sul suo eroismo e sulla sua carriera esemplare. Un silenzio che non è piaciuto agli attivisti gay, che del maggiore hanno fatto subito un'icona della battaglia omosessuale contro la politica del "Don't ask don't tell". "Quando Rogers morì il Pentagono si è accollato l'eredità morale da chi sta cercando di strumentalizzarla politicamente", scrive il settimanale New Yorker. Gli fa eco il colonnello Mike Hardy, l'ufficiale incaricato di seguire il dossier Rogers dopo la morte. "Non aveva preso nessuna iniziativa per essere ricordato come soldato gay", ha spiegato. La realtà invece è assai più complicata e il caso si è trasformato in un tormentone. Poco prima di morire il maggiore aveva deciso di lasciare le forze armate per poter vivere da gay alla luce del sole. "Era un omosessuale che aveva sottoscritto in pieno i valori dell'esercito ma che aveva scoperto che alla resa dei conti questi valori non funzionavano per lui come persona'', ha dichiarato un amico, alimentando le polemiche attorno alla vicenda. La rivista The Washington Blade ha accusato il Pentagono di "voler tenere un soldato gay nell'armadio mentre lui voleva che la sua storia fosse raccontata". Compagnidiviaggio

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giovedì, luglio 31, 2008, 19:17
najaf
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giovedì, luglio 31, 2008, 11:01
BAGHDAD - Tre poliziotti iracheni sono morti e altri quattro sono rimasti feriti nell'esplosione di un'autobomba condotta da un attentatore suicida a Ghayyara, una cittadina nel nord dell'Iraq, a circa 100 km da Mossul. L'attentatore suicida ha scagliato a tutta velocita' l'autobomba contro una caserma di polizia. (Agr)
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mercoledì, luglio 30, 2008, 01:20

L'Iraq potra' partecipare ai Giochi Olimpici di Pechino. Ad annunciarlo e' stato il Comitato internazionale olimpico, che ha rimosso il divieto promulgato nei giorni scorsi.

IRAQ

La velocista irachena Dana Hussein si allena a Baghdad in vista dei Giochi. Contrariamente alla decisione del Cio di qualche giorno fa, infatti, l'Iraq è stato ammesso alle Olimpiadi di Pechino al via il prossimo 8 agosto. Lo hanno annunciato funzionari del Comitato Olimpico internazionale, rivedendo la decisione del 24 luglio scorso di escludere gli atleti iracheni, per "interferenze" del potere politico sullo sport.
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lunedì, luglio 28, 2008, 22:15
itn_tv_reporter_terry_llord_ripTerry Lloyd, giornalista inglese di Itn, fu ucciso nel marzo 2003 nelle vicinanze della città di Bassora.
Nei primi momenti seguiti alla sua morte, si disse che era stato vittima di terroristi iracheni, ma indagini successive, confermate dagli esami del coroner sulle pallottole, stabilirono che ad uccidere il giornalista furono armi usate dai soldati Usa, che gli spararono, secondo l'inchiesta, quando già ferito stava dirigendosi verso delle ambulanze. Ma secondo la Procura generale di Sua Maestà britannica, non ci sarebbero elementi sufficienti per incriminare nessun soldato statunitense. Una inchiesta della Itt svelò i nomi di 16 marines che sarebbero stati i protagonisti della sparatoria sul giornalista e sul suo interprete iracheno, anche lui ucciso quel giorno. Un portavoce della Corte ha detto che "questa è davvero una terribile notizia per i familiari e gli amici di Lloyd, voglio rassicurarli dicendogli che abbiamo fatto tutto il possibile per portare a termine l'inchiesta".
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lunedì, luglio 28, 2008, 11:07
Tre donne kamikaze si sono fatte esplodere tra la folla di una processione sciita a Bagdad e hanno ucciso almeno 28 persone ferendone altre 92. Tra i feriti anche donne e bambini. I fedeli si trovavano nel quartiere di Karrada, nel centro della capitale irachena ed erano in marcia verso Kadhimiyah, a nord, per partecipare alla commemorazione religiosa dedicata al settimo imam sciita Mussa Kadhim, scomparso dodici secoli fa. La celebrazione attira ogni anno oltre un milione di pellegrini. Nel quartiere dove sorge la moschea erano state rafforzate le misure di sicurezza proprio nel timore di attentati. Domenica sette pellegrini sciiti erano stati uccisi da uomini armati a Madin, a sud di Baghdad. Intanto un nuovo asttentato si è verificato a Kirkuk nel nord dell'Iraq dove un esplosione ha causato diverse vittime. Il bilancio provvisorio è di 35 morti e 54 feriti. Lo ha riferito la polizia. Una guerra che non è finita
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giovedì, luglio 24, 2008, 18:51
Niente sogni olimpici per gli atleti iracheni. Il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha infatti escluso il loro Paese dei Giochi di Pechino. Il provvedimento è la conseguenza della sospensione del Comitato olimpico iracheno: il governo di Baghdad ha sciolto l'organismo assumendo il controllo diretto dello sport nazionale. Lo stop imposto dal Cio impedisce a 7 atleti iracheni di partecipare ai Giochi. Il comitato olimpico internazionale ha inviato una lettera, datata 23 luglio, al ministro iracheno delle politiche giovanili e attività sportive, Jassim Mohammad Jaffer, per confermare la decisione presa a giugno di vietare la partecipazione ai Giochi agli atleti iracheni. «Nonostante tutti gli sforzi del Cio e del comitato olimpico asiatico di trovare una soluzione positiva con il governo iracheno, abbiamo il rammarico di informarvi che la decisione del comitato esecutivo del Cio, del 4 giungo 2008, di sospendere il comitato olimpico nazionale iracheno è confermata», si legge in una copia della lettera in possesso della France Press. Il Cio decise di sospendere il comitato olimpico iracheno in seguito alle continue «interferenze» del governo iracheno all'interno del movimento sportivo del paese. Lo scorso 21 maggio il governo di Bagdad aveva sciolto con un decreto l’intero comitato olimpico nazionale per rimpiazzarlo con un nuovo organismo diretto dal ministro delle politiche giovanili e dello sport. Il 5 giugno l'Iraq aveva annunciato l’intenzione di presentare un ricorso contro la decisione.
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martedì, luglio 22, 2008, 11:12

BAGHDAD - Il giornalista curdo iracheno Suran Mame Hame e' stato ucciso in un agguato la scorsa notte a Kirkuk. Gli attentatori hanno sparato al giornalista nei pressi della sua abitazione nel quartiere centrale di Shorja. Hame lavorava come corrispondente per la rivista curda Livin e per il sito web del Kurdistan Post di Erbil. Secondo i dati dell'Osservatorio iracheno sulla liberta' di stampa in Iraq, negli ultimi cinque anni sono stati uccisi 237 tra giornalisti e operatori dell'informazione stranieri e iracheni. (Agr)

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lunedì, luglio 21, 2008, 22:12

libi

Foto di Pino Scaccia

Baghdad– Al piano di sopra, la porta blu della camera da letto dell’unico figlio di Nabil al-Hayawi era chiusa a chiave, e custodiva gli oggetti della sua breve vita. Al piano di sotto, con voce tremante il libraio ricordava l’autobomba che aveva ucciso suo figlio e suo fratello e raso al suolo la libreria della sua famiglia nella famosa Mutanabbi Street, a Baghdad. A distanza di oltre un anno, Hayawi non è più rientrato nella camera da letto. Anche lui aveva rischiato di morire quel giorno. Dopo cinque operazioni, ha ancora problemi a reggersi in piedi. Il suo braccio sinistro pende inerte. Prende sette pillole al giorno per combattere dolori e depressione. Nel suo corpo si annidano ancora delle schegge che rappresentano nuove minacce. Tuttavia, decenni di dittatura, guerra, e sanzioni internazionali, seguiti da cinque anni di occupazione, ribellione e violenza confessionale, non hanno sconfitto gli Hayawi. “Se vivi pieno di paure, come fai a vivere?”, diceva non molto tempo fa Hayawi, 60 anni, seduto alla scrivania nella sua grande casa piena di libri allineati sulle mensole, in un giorno soleggiato. Nel lungo catalogo delle tragedie irachene, gli Hayawi rappresentano la promessa di un futuro per il Paese. Malgrado il dolore, si rifiutano tenacemente di arrendersi al caos attuale. Appartengono a un gruppo di iracheni della classe media irachena che va scomparendo, ma esercita ancora una certa influenza, e guarda con allarme alle divisioni confessionali nella propria società e all’emergere di un’identità islamica, determinato a conservarne la natura cosmopolita e laica. In un Paese in ginocchio per la mancanza di servizi essenziali, livelli di disoccupazione elevati, e scarsità di investimenti stranieri, la famiglia rappresenta un’alternativa vitale. La violenza ha costretto ad allontanarsi più di due milioni di persone e ha dissanguato l’Iraq dei suoi professionisti qualificati, ma la libreria, ricostruita, resiste - un motore di idee nuove e crescita intellettuale. Ogni giorno, in Mutanabbi Street, un Hayawi vende libri, educando una nuova schiera di avvocati, medici, e programmatori informatici.Gli Hayawi restano in Iraq per nostalgia, nazionalismo, e rispetto della tradizione, ma anche per necessità economiche. Un giorno, quando le truppe Usa si saranno ritirate, l’Iraq dipenderà da famiglie come la loro per ricostruirsi, fisicamente e psicologicamente.“L’Iraq è la mia anima”, dice Hayawi, calvo e con una barba argentata, “Parto e ritorno. Ma non me ne andrò mai”.  OsservatorioIraq

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lunedì, luglio 21, 2008, 21:42

"Costruttivo". Del suo incontro a Baghdad con il premier iracheno Nuri al-Maliki, il senatore dell'Illinois Barack Obama, candidato del Partito Democratico alla Casa Bianca, non ha voluto dire nulla di più. Il portavoce di Maliki è stato appena più preciso: i due non sono entrati nei dettagli, ma il premier ha ricordato che vorrebbe vedere le truppe Usa lasciare il paese nel 2010. Un calendario che coincide cioé con quello stilato da Obama, che parla di ritiro entro 16 mesi dalla sua eventuale elezione alla Casa Bianca. Il piano del senatore nero, prima di una parziale marcia indietro non troppo convincente, era stato d'altronde (e probabilmente non a caso) salutato dallo stesso al-Maliki. Obama, insieme con altri due senatori, Chuck Hagel e Jack Reed, è giunto in Iraq alle 08:00 ora locale, dove ha avuto una serie di incontri con esponenti del governo iracheno, diplomatici e responsabili militari americani.Dopo al-Maliki, Obama è stato ricevuto dal presidente Jalal Talabani ed era poi in programma una cena con l'ambasciatore Usa Ryan Crocker e con il generale David Petraeus, il comandante delle forze Usa in Iraq. Con Petraeus, Obama ha fatto un giro in elicottero, e poi è andato a Bassora, nel sud del paese. In serata il senatore dell'Illinois va in Giordania, dove incontrerà re Abdallah, e quindi si recherà in Israele e nei Territori palestinesi, prima di andare in Europa. La scelta del governo iracheno di tenere un profilo basso sull'incontro con Obama non è proprio una sorpresa, viste le tensioni di queste ultime ore tra Baghdad e la Casa Bianca. Obama dal canto suo ha sempre detto, sin dall'inizio del viaggio, che si sarebbe recato in Afghanistan e in Iraq soprattutto per "ascoltare". A Washington la portavoce Dana Perino ha ribadito che l'accordo strategico sulle relazioni a lungo termine tra l'Iraq e gli Stati Uniti non conterrà nessuna data specifica sul ritiro delle truppe Usa. Secondo la portavoce del presidente George W. Bush l'intesa - la cui firma prevista a fine mese slitterà di alcuni giorni - parlerà di "data auspicabile", riferendosi a quando le autorità irachene avranno ripreso il controllo del paese, senza fissare un giorno preciso per il ritiro dei militari americani. segue

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domenica, luglio 20, 2008, 21:50

Lo ammetto, sono prevenuto. Non l’ho mai conosciuto personalmente, ma l’antipatia nasce inequivocabilmente da motivi personali. Infatti è quel generale che ha stretto patti, anzi ha ingaggiato il barbaro assassino del mio amico Enzo Baldoni. Si chiama David Petraeus ed è il comandante delle forze americane in Iraq. Per risolvere (senza risolvere) l’antica questione ha pensato di affidarsi a certo Abul al Abed, leader del gruppo “Rinascita dei Cavalieri della Mesopotamia”. C’è un documento su quell’accordo, nel novembre dell’anno scorso. Contratto rinnovabile tre mesi per tre mesi, l’impegno è quello di controllare i quartieri sunniti, in cambio di armi, basi e uno stipendio di 360 dollari al mese per ogni militante, novecento in tutto, provenienti o dalla polizia del regime o dal famigerato Esercito Islamico dell’Iraq, cioè terroristi sanguinari e nemici giurati degli “invasori” fino a sei mesi prima. Già, perchè il leader dei nuovi alleati non è altri che Saad Erebi al Ubaidy, 35 anni, ex ufficiale di Saddam e autore delle più grandi nefandezze. Tutto dimenticato, pur di risolvere il pantano.  Ordunque, il consigliere alla Difesa, Gates, nei giorni scorsi si chiedeva: “Bisogna trovare il sistema di spostare le truppe dall’Iraq all’Afghanistan”. E il generale Petraeus pronto gli ha rifilato l’assist: “Al Qaeda si sta spostando là, non c’è più bisogno qui”. Se Obama diventasse presidente avrebbe già pronto il piano di trasloco che oggi ha di fatto illustrato a Kabul: “La nuova frontiera contro il terrorismo è in Afghanistan”. Non che non sia vero, ma se l’Iran facesse scemate che farebbero: sposterebbero tutti a Teheran? La verità è che con la crisi economica e di uomini, gli Stati Uniti non ce la fanno più a controllare tutto il mondo. Così bluffano. L’Iraq è tutt’altro che in pace, ma in Afghanistan si rischia seriamente la faccia, oltre che il resto: dopo sette anni i talebani sono presenti (si dice) su almeno la metà del territorio. E tutti gli sforzi dunque vanno concentrati da quelle parti. Blog Tg1

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domenica, luglio 20, 2008, 16:48

Il figlio 17enne del governatore della provincia settentrionale irachena di Salahuddin e' rimasto ucciso in una operazione militare statunitense. Fonti militari Usa hanno confermato che i soldati hanno sparato contro due uomini armati e che solo in seguito si e' scoperto che erano parenti del governatore. Morto anche un altro parente del politico iracheno. "Hanno sparato contro Hussam uccidendolo e hanno ferito altri tre - ha detto il fratello del governatore. "E' un atto barbaro e disumano", ha aggiunto. Il comando Usa afferma che nella casa e' stato ferito e catturato un finanziatore di al Qaeda.

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domenica, luglio 20, 2008, 11:23

Dietrofront del premier iracheno Nouri al Maliki sulla questione del ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Il portavoce del premier ha smentito le affermazioni, attribuite ad Al Maliki e pubblicate dall’autorevole settimanale tedesco "der Spiegel", secondo le quali il premier concorderebbe per un ritiro scaglionato su 16 mesi delle truppe Usa, così come suggerito dal candidato democratico alla Casa Bianca, Barack Obama. Ali al-Dabbagh ha affermato che le parole del premier sono state travisate dal settimanale e che al-Maliki sostiene invece una visione generale di ritiro che tenga conto delle condizioni generale di sicurezza del paese e che sia comunque concordata con Washington.

I leader di al Qaida starebbero spostando i propri combattenti dall'Iraq alla frontiera fra Pakistan e Afghanistan. Lo ha detto all'Ap il generale David Petraeus, responsabile delle truppe Usa in Iraq, sostenendo che la novita' porterebbe ad un alleggerimento delle attivita' dell'organizzazione terroristica in territorio iracheno. Molti combattenti di al Qaida potrebbero essersi spostati nelle impervie aree tribali pachistane che sfuggono al controllo del governo.

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domenica, luglio 20, 2008, 02:05

"Armi di distrazione di massa": il calendario non è piaciuto alla base Usa. Gli scatti di Alberto Magliozzi ad Alessandra Bosco, ex modella italiana sposata con un sergente americano, hanno fatto infuriare militari e famiglie, e perfino l'autorevole rivista Stars and Stripes. Indignazione è stata espressa anche dalle autorità militari. Immortalata in pose sexy e sicuramente pacifiste, tra uniformi e carri armati, la donna ora deve vedersela con la furia delle altre mogli della base aerea statunitense di Katterbach in Germania, dove risiede con il marito Edward McCoy. Specchietti della macchina rotti, urla ed esplosioni di ira continue sono solo alcune delle azioni intraprese dalle mogli dei soldati per far capire ad Alessandra che a Katterbach lei non è più la benvenuta. "Quando hanno scoperto che mi piaceva posare è stato un problema: ora, dal calendario, la situazione è peggiorata - ha confessato la Bosco, che ha poi rilanciato - sono un simbolo che le fa sentire insicure. Magari sono sovrappeso o non hanno un lavoro che le porta sotto la luce dei riflettori".  segue

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domenica, luglio 20, 2008, 00:20
este_19235151_01330Jason, uno dei cinque ostaggi inglesi rapiti a Bagdad circa un anno fa dalle milizie della jihad islamica in Iraq, si sarebbe suicidato il 25 maggio scorso. Lo annuncia un video che la guerriglia ha recapitato al sito del Sunday Times. Il video è composto di due filmati. Nel primo una voce legge in inglese uno scritto in lingua araba in cui si spiega cosa è successo e perchè. "Da un anno - dice la voce - noi della Resistenza islamica sciita in Iraq vi chiediamo lo scambio con i alcuni nostri prigionieri. Ma non è mai arrivata alcun risposta...". L'ostaggio suicida sarebbe un certo Jason, suicida - dice la voce, "per disperazione". Nella seconda parte del video un altro ostaggio seduto, addosso un t-shirt grigia, rivolge un appello al governo britannico "di fare presto a rilasciare i prigionieri sciiti". "Fisicamente non sto bene - afferma - Psicologicamente sto molto peggio, voglio rivedere la mia famiglia". L'ostaggio ringranzia i suoi sequestratori che, "durante la lunga prigionia, non mi hanno fatto mancare nulla e mi hanno trattato con dignità". Jason si sarebbe tolto la vita il 25 maggio scorso, quattro giorni prima dell'anniversario del sequestro, il 29. Il Sunday Times afferma di aver ricevuto il filmato, intitolato 'Intihar' (suicidio) la settimana scorsa a Baghdad. segue
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sabato, luglio 19, 2008, 18:38
iraq
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sabato, luglio 19, 2008, 13:19
Sono passati cinque anni da quando le truppe della Coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno invaso l'Iraq. Il Paese è meno sicuro e più diviso di allora. Un milione di civili sono morti e tutte, ma proprio tutte, le bugie che servirono a creare un paravento che nascondesse agli occhi dell'opinione pubblica le inconfessabili motivazioni dell'invasione sono svelate. Magra consolazione: la fine della menzogna non riporterà in vita i civili iracheni morti. Ne restituirà loro la luce un Iraq allineato all'Occidente. Un senso d'impotenza e rabbia percorre tutti coloro che guardano all'antica Mesopotamia e alle rovine attuali. Una rabbia alla quale Hamza Piccardo risponde con una speranza, rappresentata dalla fede e dalla giustizia, che si riuniscono dopo la scissione nelle varie religioni, confessioni e sette. Miracolo a Baghdad, impreziosito da interventi di Tariq Ramadan e Franco Cardini, racconta la storia di un derviscio, simbolo della congregazione dei sufi, monaci portatori di un messaggio ascetico di vita oltre la vita, di levitazione dell'anima, che giungono attraverso la rotazione su se stessi in un luogo dove la violenza, la paura, l'avidità non hanno senso alcuno. A lui è affidata la missione somma: riunire attorno al suo messaggio di pace tutte le confessioni e le genti, sulla testa dei potenti. Almeno di quelli non illuminati. PeaceReporter
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