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Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
![]() PINO SCACCIA Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. pinoscaccia@gmail.com |
Dopo l'ennesima aggressione di un giornalista da parte delle guardie del corpo di un ministro, l'Osservatorio delle Libertà dei giornalisti iracheni ha deciso di pubblicare una lista nera dei responsabili delle violenze. E' quanto ha annunciato lo stesso osservatorio, un'Ong che opera in Iraq dopo la caduta del regime iracheno nel 2003. In un comunicato citato oggi dall'agenzia stampa irachena Aswataliraq, l'Osservatorio precisa che "la lista conterrà i nomi di esponenti politici, militari, leader di milizie e ministri che direttamente oppure attraverso le loro scorte aggrediscono o minacciano i giornalisti". Nel comunicato - che invita i giornalisti a boicottare le personalità che verranno indicate nella lista - viene fatto cenno all'ennesima aggressione di cui è stato oggetto due giorni fa un giornalista iracheno. Safaa al Issa, corrisponente della radio irachena Sawa, durante i lavori di un convegno tenuto a Bassora. Al Issa sarebbe stato aggredito dalla scorta del sottosegretario del ministro della Cultura Jaber al jaberi. "Le guardie armate - ha denunciato Al Issa - dopo avermi picchiato mi hanno messo in testa un busta di plastica prima di portarmi in una stanza isolata".
Una giornalista irachena di 36 anni, Sarwa Abdul Wahab, è stata assassinata questa mattina a Mosul, nell'Iraq settentrionale. Lo rende noto l'agenzia di stampa irachena Nina. Proprio ieri si e' celebrata la Giornata internazionale per la liberta' di stampa promossa dalle Nazioni Unite. La giornalista - che lavorava per l'ufficio stampa del Consiglio provinciale di Ninewa, per l'agenzia Murasilun (corrispondenti) con sede a Baghdad, e per l'emittente Tv locale Salaheddin, con sede a Tikrit - e' stata uccisa da un gruppo armato.
Per la patria, in Iraq il marine James Lee ha combattuto in due turni di servizio, perdendo due dita nell'assedio di Falluja. Ma alla sua terza volta nel Paese mediorientale è stato respinto. Perché stavolta, invece di imbracciare un fucile, era armato di macchina fotografica. Stava sempre con le truppe, ma stavolta da giornalista embedded per la rivista della San Francisco State University, dove studia da giornalista. E il suo passato in uniforme non gli è bastato a evitare l'allontanamento dal fronte. Dopo cinque mesi insieme ai militari Usa, all'inizio di aprile Lee voleva documentare con le sue foto il deterioramento delle condizioni di sicurezza in alcuni quartieri di Baghdad e a Bassora, e l'incapacità dell'esercito iracheno di tenere a bada la situazione. E questo proprio nel momento in cui, mentre a Washington il generale David Petraeus doveva testimoniare sui progressi in Iraq anche per merito dell'accresciuta efficienza dell'esercito iracheno, a Bassora quest'ultimo iniziava l'offensiva contro le milizie sciite fedeli al leader religioso Moqtada al-Sadr, che avrebbe portato a oltre un migliaio di diserzioni nei ranghi dei militari. Anche se un motivo ufficiale non gli è stato fornito, Lee crede che dietro al suo allontanamento ci sia la volontà di non avere testimoni in un momento potenzialmente imbarazzante per la strategia Usa in Iraq. A lui non hanno detto così, certo. Lo hanno informato dell'ordine di andarsene a poche ore dal suo arrivo a Bassora: ordini di Petraeus, dicevano. Lee ha prima telefonato all'entourage del più alto generale statunitense in Iraq, che ha negato l'esistenza di una tale disposizione. Poi la versione ufficiale è diventata che il divieto di star lì veniva da un generale intermedio. E infine dagli iracheni. Morale: niente foto. E non sempre la massima collaborazione da parte dei soldati che combattono in Iraq dopo di lui. “Ho capito che, una volta che ti sei tolto l'uniforme e prendi in mano una fotocamera, non ti vedono più come un veterano dei Marines. Sei un giornalista, e non sempre sei il benvenuto”, ha detto Lee in un'intervista alla radio Democracy Now!. Peacereporter
Una équipe dela televisione satellitare Biladi è stata presa come bersaglio a Baghdad da uomini armati. Il giornalista Hassan Al-Rikabi, il cameraman Hamid Hachim e il loro autista Azmi Habib stavano dirigendosi verso il centro della città quando un veicolo ha sbarrato loro la strada. Il cameraman è stato gravemente ferito ed è in pericolo di vita. Biladi TV è vicina la partito sciita Al-Dawa del primo ministro Nouri Al-Maliki.
E' stato liberato dalle forze irachene il giornalista britannico Richard Butler, fotografo del network americano Cbs, rapito a Bassora il 10 febbraio scorso. Lo ha riferito un portavoce del ministero della difesa iracheno, citato dall'emittente tv 'al Iraqiya'.
E' in corso in Iraq una ricerca a tutto campo dei due giornalisti della tv statunitense Cbs, spariti lunedì nella citta' di Bassora. Secondo la polizia sono stati rapiti e un portavoce del ministero dell'interno e' in corso "un'intensa operazione" per ritrovarli. Secondo l'agenzia irachena Answat al Iraq, un reporter britannico del network statunitense, Richard Butler, e il suo interprete sono stati assaltati da uomini armati vicino all'hotel Qasr al Sultan, l'albergo nel centro di Bassora in cui alloggiavano.
Strage di capodanno a Baghdad: un attentatore suicida ha causato la morte di almeno 30 persone e il ferimento di una quarantina; proprio mentre in molti stavano ancora festeggiando in strada l'arrivo del 2008, con fuochi d'artificio, e anche con raffiche di armi automatiche sparate al cielo, secondo la tradizione irachena. Il kamikaze è entrato in azione nel quartiere Zayuna nel primo pomeriggio, infiltrandosi in un lungo corteo funebre di un ex ufficiale sciita dell'esercito, a sua volta ucciso tre giorni fa in un attentato. Quando il terrorista ha azionato il giubbotto esplosivo, è stato come se si fossero aperte le porte dell'inferno. Ansa.it
Anche il 2007 si chiude con un bilancio pesantissimo: 106 gli operatori dei media uccisi durante l'esercizio della professione: 86 giornalisti e 20 assistenti. Il tributo maggiore è stato pagato in Iraq dove solo quest'anno ci sono state 48 vittime (240 dall'inizio della guerra, nel 2003). In Somalia otto morti, sei nello Sri Lanka, tre in Afghanistan. Sicuramente è stato fra gli anni peggiori. Nel 2006 le vittime erano state 107, 69 nel 2005, 89 nel 2004 e 64 nel 2003. Complessivamente i morti negli ultimi cinque anni sono stati 435, una cifra spaventosa. Non è niente secondo il bilancio di Reporter sans Frontieres che stima in quasi 1500 i reporter uccisi in azione negli ultimi quindici anni.
Ci sono poi le altre vittime, quelli che non ci lasciano la vita ma che sono percossi, umiliati, incarcerati. Attualmente sono 207 i reporter in prigione: 135 giornalisti, 7 assistenti e 65 bloggers. Il triste primato spetta nettamente alla Cina con 83 reporter dietro le sbarre, seguita da Cuba con 24, Eritrea con 17, Iran con 14, Vietnam e Azerbajian con 8, Etiopia con 7, Burma con 6, Iraq con 3. postato da latorredibabele · permalink · commenti (2)
Ali Shafeya Al-Moussawi, 23 anni, è stato trovato morto nel suo domicilio nel quartiere di Habibiya, zona nord-est di Bagdad, dopo che aveva avuto luogo un raid delle forze dell'ordine irachene. Secondo il rapporto di autopsia, il giovane giornalista è stato crivellato con 31 colpi di arma da fuoco alla testa e al petto. Raggiunto al telefono da Reporters sans frontières, Brian Conley, fondatore del sito Internet 'Alive in Baghdad', dove lavorava Al-Moussawi, ha affermato che il giornalista stava indagando da alcuni mesi su 'affari sensibili' che avrebbero potuto causare la sua morte. 'Alive in Baghdad', che raccoglie moltissime testimonianze essenziali sulla situazioni degli iracheni in patria e all'estero, ha vinto quest'anno il premio come miglior Videoblog in occasione della quarta edizione del concorso internazionale di blog (BOBs) organizzato a Berlino dalla Deutsche Welle. Ali Shafeya Al-Moussawi è il 48° giornalista ucciso nel Paese dall'inizio dell'anno. Di altri 15, rapiti, non si hanno più notizie da tempo.
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Un giornalista del settimanale 'al-Youm, Shehab Mohammed al-Hiti, è stato ucciso dopo essere stato rapito. Il giornalista aveva lasciato la sua casa diretto al lavoro, ma in ufficio non è mai arrivato, la polizia ha ritrovato il suo corpo, il giorno dopo, nel quartiere di Ur.
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New York - Mario Lozano “Si, sono contento. Adesso gli italiani conoscono la verità, anche se io continuo a vivere con gli incubi” - Adesso lei vorrebbe andare in Italia, non teme più per la sua vita? “ Ci penso sempre, ma se io conosco la verità perché dovrei avere paura? Sono soltanto uno del Bronx che è stato spedito in Iraq per eseguire degli ordini” Adesso se la sente di chiedere scusa o magari perdono alla vedova Calipari? “ Non so se posso chiedere scusa. Io stavo soltanto facendo il mio lavoro e quella situazione non mi ha lasciato altra scelta. Lei deve capirmi, anche suo marito, nella mia posizione, avrebbe fatto la stessa cosa che ho fatto io". - In Italia molti ritengono che questo sia un verdetto ingiusto e che ha vinto l’arroganza americana. Lei come risponde? “ Io non la chiamerei arroganza, il terrorismo è una cosa seria. Dobbiamo fare qualcosa per fermarlo. Non ha perso l’Italia, non ha vinto l’America. Ha vinto la verità” E' stato solo un incidente. La colpa è tutta della Sgrena. Se non fosse andata a parlare con quei terroristi non sarebbe stata rapita. Non è colpa degli americani o del governo italiano ma della Sgrena."Giuliana Sgrena: “Mario Lozano non ha capito cosa è successo in Italia. Mario Lozano non è stato prosciolto. Il processo ha subito una battuta d’arresto per la sentenza della Corte d’Assise, ma questa sentenza, che rileva una carenza di giurisdizione, viene ritenuta un grave errore giudiziario anche da un costituzionalista come Cassese che ha presieduto il Tribunale Internazionale dell’Aja, quindi noi ricorreremo in Cassazione e speriamo che questa sentenza venga annullata. In questo speriamo anche di avere l’appoggio delle istituzioni, come il presidente Napoltano che oggi ha telefonato alla signora Calipari". Tg1 E per fortuna non va in Afghanistan
Sulla vicenda dell'uccisione di Nicola Calipari, lo scorso il 4 marzo 2005 a Bagdad, la terza corte d'assise di Roma ha dichiarato il difetto di giurisdizione e disposto il non luogo a procedere per Mario Lozano, l'ex soldato Usa che fece fuoco contro l'auto sulla quale viaggiava il funzionario del Sismi con la giornalista del «Manifesto» Giuliana Sgrena appena liberata dopo il sequestro. Carenza di giurisdizione è il motivo della decisione. La decisione è stata presa dal collegio presieduto da Angelo Gargani dopo una camera di consiglio durata più di due ore. Il pronunciamento della Corte ha quindi posto fine al processo a Lozano, mai comparso davanti all'autorità giudiziaria italiana, per omicidio volontario. «Penso che questa decisione sia incredibile e che sia ancora una volta l’accettazione dell’arroganza degli Stati uniti». E’ stato questo il commento a caldo di Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto, pochi minuti dopo la lettura della sentenza. La decisione, ha spiegato la giornalista rapita per un mese a Baghdad, dà ragione agli Usa «che non volevano questo processo e hanno fatto di tutto per impedirlo». Si tratta anche di «una rinuncia alla ricerca della verità sull’omicidio di Calipari e su quello che è successo quella notte a Baghdad. Di fatto - ha conlcuso la Sgrena - l’Italia rinuncia alla sua sovranità attraverso questa sentenza". Quella notte a Baghdad
Reporters sans frontières chiede alle autorità irachene di creare urgentemente un programma di protezione per i professionisti dell'informazione. Un corrispondente della televisione pubblica Al-Irakiya a Diyala è stato recentemente minacciato di morte da un gruppo armato locale e almeno sei professionisti dell'informazione sono stati uccisi in questa provincia a nord-est di Baghdad. "E' fondamentale che le autorità cerchino almeno di garantire l'incolumità e la sicurezza dei giornalisti. Se nulla verrà fatto, un numero crescente di professionisti dei media iracheni saranno costretti a lasciare il Paese o cambiare mestiere. Il pluralismo dell'informazione, conquistato così dolorosamente in Iraq, è di nuovo in pericolo", ha dichiarato l'organizzazione. "La creazione di un programma di protezione, per i giornalisti che scelgono di avvalersi del sostegno delle autorità, potrebbe dissuadere i gruppi armati e limitare il numero dei loro attacchi. Delle ronde di sorveglianza, dei contatti telefonici regolari con i media o la protezione di agenti di scorta rappresentano alcune delle soluzioni in grado di rassicurare i giornalisti iracheni ed aiutarli ad uscire dalla clandestinità alla quale sono spesso condannati", ha precisatoReporters sans frontières. Secondo quanto riferisce l'Associazione irachena per la difesa dei diritti dei giornalisti, il gruppo armato "La Nazione islamica irachena" ha affisso, lo scorso 20 ottobre, sui muri delle moschee e di vari edifici centrali, dei manifesti su Mohammed Ali (con una sua foto), corrispondente della televisione pubblica Al-Irakiya nella provincia di Diyala, descrivendolo come un "infedele" e un "criminale". Il gruppo offre una ricompensa di 10 000 dollari a chi lo ucciderà o permetterà loro di ritrovare il giornalista vivo. Secondo l'organizzazione irachena, Mohammad Ali ha provocato la collera dei militanti della Nazione islamica irachena per aver denunciato a più riprese i loro crimini nei suoi reportage. Almeno sei giornalisti sono stati uccisi nella provincia di Diyala dall'inizio del conflitto nel mese di marzo 2003. La situazione della sicurezza è notevolmente peggiorata, in particolare a causa della presenza di un numero crescente di milizie armate che sono state allontanate dalla capitale dalle forze irachene e americane. Il 20 ottobre 2007, all'alba, un gruppo di persone ha appiccato il fuoco alla redazione del quotidiano Achrakat Al-Sadr, organo di stampa del movimento sadrista, situata nella periferia Al Baladiyat, a est di Baghdad.
Salih Saif Aldin, giornalista iracheno di 32 anni, corrispondente dal 2004 del Washington Post, è stato ucciso mentre stava lavorando nel quartiere di Sadiyah a Baghdad. Lo riferisce il sito internet del quotidiano statunitense, precisando che i dettagli della morte del giornalista sono ancora poco chiari. “La morte di Salih ci ricorda il ruolo centrale che i giornalisti iracheni hanno avuto nella copertura della guerra…” si legge sul Washington Post. E' il 46.mo giornalista ucciso in Iraq quest'anno (dall'inizio della guerra sono 238).
Un giornalista iracheno che lavorava per l'emittente del Kuwait, Al Anwar, è morto a Baghdad dopo che mercoledì era stato colpito alla testa da un cecchino. É avvenuto nel quartiere di al Atifiyah, nel nord della capitale, mentre rientrava a casa. Adnan al-Safi, 40 anni, aveva moglie e tre figli. Sono 41 i giornalisti uccisi quest'anno in Iraq, 190 dall'inizio della guerra.
Prima di andare al lavoro, alla Reuters, che lo ha assunto a fine 2005, Abdul si arrampica sul tetto di casa sua. Lo fa ogni mattina: guarda a destra, a sinistra, e se c'è una qualunque macchina che non riconosce, parcheggiata nella sua strada, nella zona ovest di Baghdad, aspetta prima di uscire. Nessuno deve seguirlo, perché se venisse scoperto che aiuta giornalisti stranieri – giornalisti americani – potrebbe essere identificato come traditore e ucciso.E' già successo. Nel 2004, Selwan Abdelghani Medhi al-Niemi, un traduttore freelance che lavorava per Voice of America, è stato assassinato, assieme alla madre e alla figlioletta di quattro anni. Sua moglie, anche lei traduttrice, poco dopo ha ricevuto un messaggio che avvertiva che, dal momento che frequentava "infedeli", il suo "turno arriverà presto, se Dio vuole". E' fuggita dal Paese. Secondo il Committee to Protect Journalists, 19 iracheni che lavoravano per organi di informazione Usa e stranieri sono stati uccisi dall'inizio della guerra. Dal 2004, il numero dei giornalisti locali uccisi è circa il triplo di quelli stranieri che essi aiutano. OsservatorioIraq
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