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Baghdad Cafè
Racconti dal nuovo Iraq
PINO SCACCIA Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità La luna di Baghdad e’ diversa da tutte le altre perche’ non e’ una luna, sono due. Accanto alla solita luna ce n’e’ un’altra, di colore rosso. E’ il fuoco perenne della raffineria di Al Dhora, un po’ simbolica perche’ rappresenta forse i motivi della guerra. La seconda luna sta sempre li’, accanto alla luna vera e illumina (e angoscia) le nostri notti. Nei momenti piu’ brutti chiudo le tendine. E’ un gesto istintivo. Non so se lo faccio per nascondermi o per nascondere quello che succede fuori. pinoscaccia@gmail.com |
Ucciso a colpi di pistola un giornalista iracheno a Kirkuk. Diyar Abbas Ahmed, 28 anni, e' stato colpito da diversi uomini non identificati nei pressi di un albergo nel centro della citta. Lavorava per un'agenzia di stampa privata, la Aien ed era il segretario del locale sindacato degli artisti. L'Iraq si conferma un posto estremamente pericoloso per i giornalisti. Dal 2003, data dell'invasione americana, sono stati 264 gli operatori dei media uccisi.
Il ministero degli Interni iracheno ha disposto un'inchiesta su 48 operatori dell'informazione uccisi o vittime di violenze. "Le inchieste sono state avviate dopo la partnership stipulata con l'Osservatorio per le libertà giornalistiche (JFO) con l'obiettivo di proteggere i giornalisti mentre fanno il loro lavoro'', ha detto il maggiore generale Abdel Kareem Khalaf all'agenzia di stampa Voices of Iraq (VOI). In settembre il JFO ha lanciato un progetto congiunto con il ministero degli Interni per proteggere i lavoratori dei media e per permettere ai giornalisti stranieri di recarsi in Iraq. Khalaf ha spiegato che il ministero ha ordinato l'arresto delle persone coinvolte in crimini contro i giornalisti. ''Alcuni di loro vengono ancora interrogati, mentre altri hanno confessato di aver commesso quei crimini'', ha detto Khalaf. Il JFO è una ONG con sede a Baghdad che monitora le violazioni e le aggressioni contro gli operatori dei media in Iraq. I giornalisti sono un obiettivo costante nel Paese, con un numero record di operatori dell'informazione uccisi. L'ultimo attacco risale a settembre scorso, quando il leader del sindacato dei giornalisti iracheni, Muaid al-Lami, è rimasto gravemente ferito nell'esplosione di un ordigno nella sede del sindacato a Baghdad. A febbraio 2008 Shihab al-Tamimi, l'allora capo del sindacato della stampa, è morto per le ferite riportate in seguito ai colpi d'arma da fuoco che lo hanno colpito a Baghdad.
Baghdad, 20 set. (Ap) - Il presidente del principale sindacato di giornalisti iracheni è rimasto ferito in un attentato compiuto davanti al suo ufficio a Baghdad con una bomba. Lo hanno annunciato i suoi colleghi. Mouayyed al Lami, presidente del sindacato iracheno dei giornalisti, è stato trasportato in ospedale, è stato precisato. "Stava per salutare degli ospiti quando l'ordigno artigianale è esploso davanti alla porta" della sede del sindacato nel quartiere di Waziriyah, ha affermato Hassan al Abboudi, uno dei suoi colleghi, "E' stato ferito e trasportato in ospedale con tre suoi ospiti, anche loro feriti". L'attentato non è stato rivendicato. Lami è stato eletto alla presidenza del sindacato il 20 luglio. Il suo predecessore, Shihab al Timimi, aveva perso la vita dopo essere stato ferito a colpi di arma da fuoco nel febbraio scorso, durante un attacco contro la sua auto a bordo della quale si trovava anche suo figlio, rimasto ferito. Un commando di uomini armati ha rapito e ucciso in Iraq quattro collaboratori di 'Sharqia Tv', nella citta' di Mosul. Le vittime - un giornalista, due cameramen e un autista - sono state rapite mentre registravano un popolare programma televisivo 'Futurqum Alena'. I loro corpi, crivellati dai proiettili, sono stati ritrovati nella zona di Al Zangili. Lo hanno riferito fonti di polizia locale e l'emittente televisione. "Lo staff del canale, con i cuori addolorati per la grave perdita", si legge in un comunicato della tv irachena, "conferma la volonta' di andare avanti con il lavoro indipendente". Il direttore del canale, Ali Wajih, ha accusato la tv di stato 'Al-Iraqiyah' di essere "moralmente responsabile" dell'uccisione", per aver alimentato una "campagna di diffamazione contro i giornalisti di Al Sharqiyah". I reporter iracheni sono da cinque anni sotto gli attacchi di Al Qaeda, dei ribelli sunniti e dei miliziani sciiti. Secondo l'Iraqi Journalism Freedom Observatory, la principale organizzazione in difesa dei giornalisti in Iraq, almeno 235 persone legate al mondo dell'informazione sono morte dal 2003 ad oggi.
Ibrahim Jassam Mohamed, fotografo iracheno che lavora a Baghdad per l'agenzia Reuters, è stato arrestato ieri in un quartiere meridionale della capitale irachena da militari statunitensi e iracheni. Lo ha reso noto oggi la stessa agenzia di stampa britannica e, poco dopo, è giunta la conferma da parte dell'esercito Usa, che ha fatto sapere di considerare Mohamed "una minaccia alla sicurezza dell'Iraq e delle forze della coalizione". La Reuters ha sollecitato indagini.
Terry Lloyd, giornalista inglese di Itn, fu ucciso nel marzo 2003 nelle vicinanze della città di Bassora.
Nei primi momenti seguiti alla sua morte, si disse che era stato vittima di terroristi iracheni, ma indagini successive, confermate dagli esami del coroner sulle pallottole, stabilirono che ad uccidere il giornalista furono armi usate dai soldati Usa, che gli spararono, secondo l'inchiesta, quando già ferito stava dirigendosi verso delle ambulanze. Ma secondo la Procura generale di Sua Maestà britannica, non ci sarebbero elementi sufficienti per incriminare nessun soldato statunitense. Una inchiesta della Itt svelò i nomi di 16 marines che sarebbero stati i protagonisti della sparatoria sul giornalista e sul suo interprete iracheno, anche lui ucciso quel giorno. Un portavoce della Corte ha detto che "questa è davvero una terribile notizia per i familiari e gli amici di Lloyd, voglio rassicurarli dicendogli che abbiamo fatto tutto il possibile per portare a termine l'inchiesta".
BAGHDAD - Il giornalista curdo iracheno Suran Mame Hame e' stato ucciso in un agguato la scorsa notte a Kirkuk. Gli attentatori hanno sparato al giornalista nei pressi della sua abitazione nel quartiere centrale di Shorja. Hame lavorava come corrispondente per la rivista curda Livin e per il sito web del Kurdistan Post di Erbil. Secondo i dati dell'Osservatorio iracheno sulla liberta' di stampa in Iraq, negli ultimi cinque anni sono stati uccisi 237 tra giornalisti e operatori dell'informazione stranieri e iracheni. (Agr) postato da latorredibabele · permalink · commenti (1)
Il personale iracheno della Associated Press nuovamente nel mirino. Dopo il caso di Bilal Hussein, che ha avuto un lieto fine, ma dopo due anni esatti di detenzione senza capi di accusa, ora è la volta di Ahmed Nuri Raziak, che in galera rischia di restarci un bel po'. Raziak, che dal 2003 fa il cameraman per la APTN, i servizi televisivi dell'agenzia di stampa statunitense, era stato arrestato nella sua abitazione di Tikrit il 4 giugno. Questa volta, nel raid, assieme agli americani c'erano anche forze irachene. Il reporter è stato quindi trasferito a Camp Cropper, la struttura carceraria gestita dagli Usa che si trova nei pressi dell'aeroporto internazionale di Baghdad. Non essendo emerse prove a suo carico, ci si aspettava che venisse liberato, ma due giorni fa è arrivata la doccia fredda: Raziak dovrà rimanere in carcere almeno per altri sei mesi "per ragioni imperative di sicurezza". Nella notifica fatta all'agenzia di stampa dalle forze Usa non vengono forniti ulteriori dettagli. La decisione ha colto di sorpresa la Associated Press (AP), che era regolarmente in contatto con i militari americani sul caso del suo cameraman arrestato. segue
Il giornalista indipendente Ahmed Al-Majoun, presidente della sezione locale del Sindacato dei giornalisti iracheni della città di Tikrit (nord di Bagdad), è stato liberato dalla base americana di Speicher (15 km a nord di Tikrit), dove era detenuto, in compagnia del figlio, dal 24 giugno scorso. Secondo l’Osservatorio della libertà di stampa in Iraq, Ahmed Al-Majoun è stato a lungo sottoposto a interoogatori di cui il giornalista non è stato autorizzato a rivelare nessun aspetto. L’esercito americano non ha rilasciato nessun commento sulle ragioni che hanno portato all'arresto del giornalista.
Mazen Al-Tayar, corrispondente iracheno della televisione satellitare in ligua araba Al-Hurra, è stato fermato e interrogato per ore dalle forze di sicurezza. Il giornalista si trovava a Al-Jabaich, tra Bassora e Nassiriya. per realizzare un reportage su una malattia rara nel Paese. Il capo della polizia ha ordinato il suo arresto perchè non aveva chiesto l'autorizzazione per filmare. Mazen ha affermato: "La polizia dovrebbe proteggerci, invece non ha rispetto dei giornalisti".
Mario Lozano non fu l'unico a sparare contro Nicola Calipari, il dirigente del Sismi ucciso a Bagdad il 4 marzo 2005 dopo la liberazione della giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, sequestrata il mese prima dalla Jihad islamica. Gli altri «cecchini» non furono identificati perché la scena del «delitto» fu ripulita in fretta dagli americani, per impedire all'Italia di investigare. segue Non si può processare in Italia postato da latorredibabele · permalink · commenti (1)
Il tank americano che sparò sull'hotel Palestine, provocando la morte di Jose Couso, "attaccò perché voleva". Non erano stati minacciati da alcuno, così come invece è emerso dagli atti della Sala de lo Penal che "ha manipolato le nostre dichiarazioni per adattarle alla versione dei soldati americani". Questo è quanto emerge dalla deposizione che i colleghi del cameraman di Telecinco hanno rilasciato al giudice della Audiencia Nacional, Santiago Pedraz. Jon Sistiaga, Olga Rodriguez e Jesus Quinonero sono stati richiamati dal giudice per integrare le testimonianze rilasciate nella fase istruttoria. Le loro dichiarazioni furono usate dalla seconda sezione della Sala de lo Penal per archiviare il processo intentato nei confronti dei tre militari americani responsabili dell'attacco: il sergente Thomas Gibson, il tenente colonnello Philip de Camp e il capitano Philip Walford. L'archiviazione trovava fondamento nelle dichiarazioni dei tre giornalisti "che aderiscono alla versione dei militari i quali hanno affermato di aver sparato per attaccare una postazione di cecchini posta sul tetto dell'hotel di Baghdad". Quel giorno, anche un altro giornalista perse la vita, l'ucraino Taras Protsyuk. La dichiarazione che ha scagionato i tre militari sarebbe stata quella di Olga Rodriguez che riportò: "la polizia irachena entrò nelle camere per perquisirle. Avevano il sospetto che all'interno dell'albergo si nascondessero delle spie e informatori che si facevano passare per giornalisti". "Non c'era nessun motivo di sparare" ha ribadito la giornalista al giudice Santiago Pedraz; "è chiaro che c'erano degli iracheni all'interno dell'hotel, ma si trattava di persone disarmate e che non costituivano nessuna minaccia". Sistiaga condanna senza mezzi termini l'operazione militare: "quando vai a coprire un conflitto sai che sei esposto a tanti pericoli, anche alla morte. Ma mai, e poi mai, ti aspetti che il pericolo possa venire dalle truppe americane". Anche Quinonero non ammette giustificazioni: dice di esserci stato in un tank Usa e, da due chilometri di distanza, afferma, si riescono a vedere le facce delle persone. "I soldati sapevano contro chi sparavano" ha concluso il giornalista. Tutti e tre i colleghi di Couso hanno ringraziato il giudice Pedraz che è determinato a raggiungere un punto finale della questione. "E' una buona notizia per la gente comune e per la stampa" ha detto Olga Rodriguez.
Dopo l'annuncio dato ieri da una ong irachena della morte di un fotoreporter di una tv locale ucciso 'da un cecchino Usa', a Baghdad, nella città di Baquba è stato trovato il cadavere di un altro giornalista rapito; sale a 259 il numero dei reporter morti in Iraq dalla caduta del regime di Saddam Hussein nell'aprile 2003. E' quanto riferisce l'agenzia stampa irachena Aswataliraq. Un fonte della polizia della provincia di Dyala ha detto all'agenzia irachena che nel quartiere al Tahrir nel centro di Baquba "una pattuglia della polizia ha trovato in una fossa comune il cadavere del giornalista Haider Hussein, 36 anni" che lavorava come corrispondente del quotidiano indipendente 'al Sharq'. La stessa fonte ha fatto sapere che "la vittima era stata rapita da un gruppo di uomini armati cinque giorni fa nella frazione di Bahraz", cinque chilometri a sud del capoluogo di Dyala, Baquba.
Adesso diranno che Wessam sembrava sospetto, che si muoveva in modo strano e che magari quell'arnese che aveva in mano (una macchina fotografica) somigliava tanto a uno stinger. Poi scaveranno nel suo passato, scopriranno che magari una volta è stato visto parlare con un presunto terrorista, tanto il suo mestiere sicuramente lo ha portato in ogni luogo. Parleranno di errore, come tante volte, senza neppure chiedere scusa, cose che succedono in guerra (come la strage di inermi pastori ieri a Baiji, bombardati senza pietà). Senza chiedersi, mai, perchè l'Iraq resterà un pantano. E perchè sono tanto odiati. Dopo l'ennesima aggressione di un giornalista da parte delle guardie del corpo di un ministro, l'Osservatorio delle Libertà dei giornalisti iracheni ha deciso di pubblicare una lista nera dei responsabili delle violenze. E' quanto ha annunciato lo stesso osservatorio, un'Ong che opera in Iraq dopo la caduta del regime iracheno nel 2003. In un comunicato citato oggi dall'agenzia stampa irachena Aswataliraq, l'Osservatorio precisa che "la lista conterrà i nomi di esponenti politici, militari, leader di milizie e ministri che direttamente oppure attraverso le loro scorte aggrediscono o minacciano i giornalisti". Nel comunicato - che invita i giornalisti a boicottare le personalità che verranno indicate nella lista - viene fatto cenno all'ennesima aggressione di cui è stato oggetto due giorni fa un giornalista iracheno. Safaa al Issa, corrisponente della radio irachena Sawa, durante i lavori di un convegno tenuto a Bassora. Al Issa sarebbe stato aggredito dalla scorta del sottosegretario del ministro della Cultura Jaber al jaberi. "Le guardie armate - ha denunciato Al Issa - dopo avermi picchiato mi hanno messo in testa un busta di plastica prima di portarmi in una stanza isolata".
Una giornalista irachena di 36 anni, Sarwa Abdul Wahab, è stata assassinata questa mattina a Mosul, nell'Iraq settentrionale. Lo rende noto l'agenzia di stampa irachena Nina. Proprio ieri si e' celebrata la Giornata internazionale per la liberta' di stampa promossa dalle Nazioni Unite. La giornalista - che lavorava per l'ufficio stampa del Consiglio provinciale di Ninewa, per l'agenzia Murasilun (corrispondenti) con sede a Baghdad, e per l'emittente Tv locale Salaheddin, con sede a Tikrit - e' stata uccisa da un gruppo armato.
Per la patria, in Iraq il marine James Lee ha combattuto in due turni di servizio, perdendo due dita nell'assedio di Falluja. Ma alla sua terza volta nel Paese mediorientale è stato respinto. Perché stavolta, invece di imbracciare un fucile, era armato di macchina fotografica. Stava sempre con le truppe, ma stavolta da giornalista embedded per la rivista della San Francisco State University, dove studia da giornalista. E il suo passato in uniforme non gli è bastato a evitare l'allontanamento dal fronte. Dopo cinque mesi insieme ai militari Usa, all'inizio di aprile Lee voleva documentare con le sue foto il deterioramento delle condizioni di sicurezza in alcuni quartieri di Baghdad e a Bassora, e l'incapacità dell'esercito iracheno di tenere a bada la situazione. E questo proprio nel momento in cui, mentre a Washington il generale David Petraeus doveva testimoniare sui progressi in Iraq anche per merito dell'accresciuta efficienza dell'esercito iracheno, a Bassora quest'ultimo iniziava l'offensiva contro le milizie sciite fedeli al leader religioso Moqtada al-Sadr, che avrebbe portato a oltre un migliaio di diserzioni nei ranghi dei militari. Anche se un motivo ufficiale non gli è stato fornito, Lee crede che dietro al suo allontanamento ci sia la volontà di non avere testimoni in un momento potenzialmente imbarazzante per la strategia Usa in Iraq. A lui non hanno detto così, certo. Lo hanno informato dell'ordine di andarsene a poche ore dal suo arrivo a Bassora: ordini di Petraeus, dicevano. Lee ha prima telefonato all'entourage del più alto generale statunitense in Iraq, che ha negato l'esistenza di una tale disposizione. Poi la versione ufficiale è diventata che il divieto di star lì veniva da un generale intermedio. E infine dagli iracheni. Morale: niente foto. E non sempre la massima collaborazione da parte dei soldati che combattono in Iraq dopo di lui. “Ho capito che, una volta che ti sei tolto l'uniforme e prendi in mano una fotocamera, non ti vedono più come un veterano dei Marines. Sei un giornalista, e non sempre sei il benvenuto”, ha detto Lee in un'intervista alla radio Democracy Now!. Peacereporter
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